All’ombra del conflitto nella Striscia di Gaza, entrato da mesi in una fragile fase di cessate il fuoco in cui continuano a registrarsi vittime tra la popolazione civile (e tralasciata la drôle de guerre sul fronte iraniano), Israele è impegnato in una missione finalizzata a rintracciare ed uccidere gli operativi di Hamas che hanno partecipato alla strage del 7 ottobre del 2023. Una missione che richiama da vicino la caccia agli autori del massacro degli 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. “Ci vorrà del tempo, proprio come è successo dopo Monaco”, ha dichiarato il direttore del Mossad Davi Barnea nel 2024 al funerale di Zvi Zamir che all’epoca dei fatti in Germania guidava l’agenzia di spionaggio israeliana. “Le nostre mani li raggiungeranno, ovunque si trovino”, ha aggiunto in quell’occasione Barnea.
Come ricostruisce il Wall Street Journal in queste ore, una parte importante dell’operazione dello Stato ebraico è affidata ad una task force dello Shin Bet, i servizi segreti interni israeliani, chiamata NILI, un acronimo ebraico che significa “L’Eterno d’Israele non mente”. Il nome fa riferimento ad un gruppo di spie ebraiche della Prima Guerra Mondiale e che, nel concreto, ha un significato ben preciso: nessuno degli attentatori identificati di Hamas verrà dimenticato.
Prima del cessate il fuoco in corso, gli agenti dello Shin Bet, dell’esercito e dell’aeronautica si riunivano in una sala operativa per identificare, localizzare e colpire gli obiettivi. Dall’inizio della tregua lo scorso ottobre, la task force si è ridotta a poche unità incaricate di individuare gli obiettivi e trasmettere le informazioni al comando militare responsabile delle operazioni a Gaza. La campagna di Tel Aviv non si svolge comunque solo nella Striscia ma anche in Libano e in Iran (come dimostrato dall’uccisione a Teheran del capo di Hamas Ismail Haniyeh).
Per stilare la loro kill list, un elenco composto da migliaia di nomi (centinaia quelli già eliminati), i servizi segreti dello Stato ebraico hanno esaminato attentamente i video pubblicati sui social media dai militanti di Hamas e utilizzato programmi di riconoscimento facciale per individuare gli obiettivi e analizzano le intercettazioni telefoniche. Sono stati passati al setaccio i dati di geolocalizzazione ricavati dai registri delle celle telefoniche e sono stati interrogati i detenuti di Gaza per raccogliere più informazioni possibili. La task force ha tenuto d’occhio (e continua a farlo) gli spostamenti quotidiani di amici e familiari dei militanti sperando di arrivare agli uomini effettivamente nel mirino di Israele.
Secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari della sicurezza israeliana, a Tel Aviv bastano almeno due prove del coinvolgimento di un uomo nella strage di Hamas per condannarlo a morte senza processo. Nessun partecipante agli attacchi è considerato troppo insignificante, sottolinea il quotidiano Usa, riportando come un individuo che il 7 ottobre sfondò la recinzione di confine con un trattore è stato neutralizzato due anni dopo da un raid aereo in una strada di Gaza,
Un ex alto funzionario dello Shin Bet ha spiegato al quotidiano americano che “il messaggio chiaro a tutti i futuri nemici è di riflettere attentamente sul prezzo di un’operazione” del tipo di quella compiuta tre anni fa nell’exclave dal gruppo islamista. Se i funzionari della sicurezza israeliana sostengono che gli attacchi mirati contro i membri di Hamas dissuadono i palestinesi dall’unirsi ad organizzazioni militanti, gli esperti avvertono che la campagna di Tel Aviv potrebbe spingerne alcuni ad aderire a gruppi armati (se non proprio a generare un aumento di reclute), soprattutto in assenza di una soluzione politica alla questione palestinese.
I nomi nella kill list dello Shin Bet continuano ad essere spuntati. Tel Aviv afferma di uccidere obiettivi che rappresentano una minaccia, come avvicinarsi alle linee del fronte o pianificare un attacco. L’esercito israeliano ha dichiarato che il diritto internazionale gli consente di colpire i civili che partecipano alle ostilità. Tra gli ultimi target raggiunti da Israele, il 12 aprile, c’è Ali Sami Mohammad Shakra, un comandante di Hamas che avrebbe partecipato nel 2023 all’assalto e alla cattura di ostaggi al Nova Festival. Tre giorni prima è invece toccato ad un militante della Jihad islamica, Abd al-Rahman Ammar Hassan Khudari, eliminato per il suo presunto ruolo nell’attacco al kibbutz Nir Or.
Da quanto si apprende, lo Shin Bet dà la priorità ad obiettivi la cui uccisione potrebbe fornire conforto a famiglie israeliane (“una cura per l’anima”, fanno sapere gli 007 di Tel Aviv). Intanto, la scorsa settimana tre caccia israeliani hanno sganciato 13 bombe su un appartamento di Gaza City e su un’auto. Nel raid è rimasto ucciso il comandante militare di Hamas Ezzedin al-Haddad, sua moglie, sua figlia e diversi civili. Secondo le autorità dello Stato ebraico, Ezzedin al-Haddad stava lavorando per ricostruire le capacità militari dell’organizzazione islamista.
Il capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha affermato che le forze dell’Idf “continueranno a dare la caccia ai nostri nemici, a colpirli e a ritenere responsabili tutti coloro che hanno preso parte al massacro del 7 ottobre”.