La rete in Iran ha sempre avuto il sapore di un gioco letale. Una porta che il regime apre e chiude quando gli pare, un tubo dell’ossigeno per la libertà che può essere schiacciato con un dito. Adesso però sta accadendo qualcosa di stonato, quasi incredibile: sui social circolano video generati con l’intelligenza artificiale che raccontano la caduta del potere teocratico. E Teheran, per una volta, non ha spento l’interruttore. Forse qualcuno si è distratto. O forse capiscono perfettamente il trucco: se il futuro non esiste, è inutile censurarlo.
Questi video mostrano folle in festa, veli che volano via come uccelli liberati, la Guardia Rivoluzionaria che depone le armi, i prigionieri politici che tornano a respirare la luce. Tutto ovviamente finto, tutto animato da algoritmi che non provano paura, ma sapere che esiste anche solo l’idea di quel mondo è già uno schiaffo al sistema. Le ragazze iraniane li guardano come fossero trailer di una vita possibile. Una promessa non richiesta, ma che ormai non puoi cancellare dalla testa. Il paradosso è quasi tenero, se non fosse tragico. L’Iran ha spinto sull’intelligenza artificiale per controllare i cittadini, per riconoscere i volti sotto l’hijab e individuare le ribelli che osano respirare troppo forte. E adesso quegli stessi strumenti generano le immagini della sua fine. C’è una sottile poesia nel vedere un regime oppressivo schiacciato da ciò che pensava di dominare. Una piccola vendetta delle macchine, che forse hanno più cuore dei mullah. Il potere non ha fermato tutto questo, almeno non ancora. Perché? Può darsi che reprimere un sogno sia più difficile che oscurare una protesta. Se i video mostrano solo fantasie digitali, il regime può far finta di ignorarli. Può dire che la rivoluzione è solo un pixel, un delirio occidentale. L’illusione non fa paura, si dicono. Il problema è quando smette di essere illusione.
Ogni dittatura ha una crepa invisibile che la consuma dall’interno: la perdita del monopolio dell’immaginario. Finché la gente non riesce a immaginare un dopo, tutto resta immobile. Ma se inizi a vedere la fine, anche solo in un video di tre minuti, la realtà si incrina. Le donne che hanno bruciato il velo per Mahsa Amini non stanno aspettando istruzioni da un software. Sono loro che insegnano alle macchine cosa significa disobbedire. Questi video sono l’anteprima di un’epoca che non c’è ancora.
Nessuno sa se arriverà davvero. Il regime potrebbe crescere ancora più feroce, rigare dritto verso il medioevo. O potrebbe ritrovarsi domani con la piazza sotto casa, non quella simulata, ma quella vera, che non puoi mettere in pausa.