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Trasferimenti di petrolio nave-nave: ecco perché l'Iran continua a resistere

Le sanzioni da sole non fermano il traffico navale di oro nero del regime degli ayatollah verso il suo principale cliente, la Cina

Trasferimenti di petrolio nave-nave: ecco perché l'Iran continua a resistere

Il motivo perché l’Iran è riuscito a resistere così a lungo alle pressioni americane? Perché il regime teocratico degli ayatollah può ancora vendere il suo petrolio. In mare avvengono incontri segreti, noti come trasferimenti nave-nave, in cui una imbarcazione scarica petrolio soggetto a sanzioni su un'altra per contribuire a nasconderne la provenienza prima che venga inviato al principale cliente dell’Iran, ovvero la Cina. È la conferma che le sanzioni da sole non fermano il traffico. Ma vediamo come avviene l’operazione. Vecchie petroliere formano quella che è definita la "flotta ombra", sono centinaia di navi che trasportano petrolio per regimi sanzionati, tra cui Iran e Russia. La flotta ombra è cresciuta dopo l'invasione dell'Ucraina del 2022 e ora conta circa 1.500 barche. La Repubblica islamica dipende da queste petroliere per quasi tutte le sue esportazioni di greggio. Dunque, entriamo nel dettaglio. Le navi del primo gruppo caricano il petrolio, dall'isola di Kharg, principale giacimento di esportazione iraniano, e attraversano l'Oceano Indiano passando per gli stretti di Malacca e Singapore, prima di ancorare al largo della Malesia. Le navi del secondo gruppo ricevono quindi il petrolio e lo trasportano in Cina. Queste imbarcazioni usano teloni e altri oggetti e vernice nera per nascondere i numeri di identificazione. Battono bandiera di paesi poveri e in via di sviluppo come la Sierra Leone, perché così hanno una supervisione minima. Dopo essere state sanzionate, possono cambiare nome o quello delle loro società proprietarie, insieme alla bandiera, e poi tornare a lavoro. Tutto ciò rende la lotta alla proliferazione delle navi della flotta ombra un gioco del gatto con il topo.

Ma la guerra in Iran ha dato alle centinaia di barche che compongono la flotta una nuova prospettiva di vita, poiché il trasporto convenzionale dentro e intorno allo stretto di Hormuz è rimasto in gran parte intrappolato e il prezzo del greggio è salito vertiginosamente. Questa azione di Teheran ha acceso i riflettori su una porzione di mare al largo della Malesia, che funge da stazione di servizio galleggiante per la flotta ombra iraniana. L'area è nota come Eastern Outer Port Limits (EOPL), si trova vicino all'ingresso orientale dello Stretto di Singapore, una delle rotte marittime più trafficate al mondo, a circa 70 chilometri dalla costa della Malesia, nella zona economica esclusiva del paese. Qui si possono osservare centinaia di navi stazionate. “L'EOPL è un punto nevralgico per la flotta ombra a causa della sua posizione strategica e dell'atteggiamento permissivo delle autorità vicine”, afferma Farzin Nadimi, ricercatore del think tank Washington Institute, specializzato in Iran. "È un luogo molto comodo per nascondere le attività”.

Tuttavia ci sono metodi per verificare quanto avviene. Si è in grado di tracciare le spedizioni seguendo i segnali rari dei transponder. Inoltre, i dati doganali registrano che la Cina ha importato 126 milioni di barili di petrolio dalla Malesia e 102 milioni di barili dall'Indonesia nei primi quattro mesi dell'anno. Queste cifre superano i livelli di produzione passati dei due paesi e sono indicatori che qualcosa non quadra. Il petrolio poi viene in genere destinato a raffinerie cinesi private, chiamate raffinerie "a teiera", per via della loro forma particolare. Occorrono dai due ai tre mesi perché il greggio iraniano raggiunga i porti di Pechino, e altri due o tre mesi perché Teheran riceva il pagamento. "Quindi, anche se lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire, è probabile che l'Iran continuerà a ricevere denaro per il petrolio stoccato in quelle acque fino a ottobre”, spiega Iman Nasseri, direttore generale della ricerca sul Medio Oriente della società di analisi energetica FGE NexantECA di Dubai. «The Economic Fury avrebbe dovuto metterli in ginocchio», ha precisato riferendosi alla campagna economica americana contro la Repubblica islamica. Ma rispetto ad altri esportatori di petrolio della regione, «l'Iran è quello che soffre di meno», ha chiarito l’esperto.

Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per bloccare il traffico, Teheran ha ricavato circa 31 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio dalla Cina lo scorso anno. Questa cifra rappresenta circa il 90% del greggio iraniano venduto all'estero e circa il 45% del suo bilancio statale. Una cifra enorme. La Cina non ha sanzionato il petrolio iraniano e si dichiara contraria a qualsiasi sanzione di questo tipo. In più c’è da aggiungere che la Cina prima della guerra importava dall’Iran greggio a un prezzo inferiore a quello internazionale. Gli Stati Uniti hanno intensificato la lotta contro questo commercio. Oltre a bloccare i porti iraniani, hanno imposto una serie di nuove sanzioni contro petroliere e infrastrutture petrolifere cinesi. Ma ogni trasferimento di greggio da nave a nave genera decine di milioni di dollari di entrate per il regime iraniano.

La rete di petroliere illecite è una caratteristica strutturale del mercato a questo punto, secondo alcuni analisti. Ma c’è di più. La fame mondiale di greggio ha mantenuto la flotta ombra in attività e per molti versi il suo ruolo è stato rafforzato dalla guerra in Medio Oriente.

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