Gentile Direttore Feltri, pure il New York Times si permette di criticarci, scrivendo che a Milano facciamo morire di freddo i senzatetto. Ma New York è gremita di gente che vive all’addiaccio e che muore sul marciapiede. Non si vergognano i suoi colleghi del quotidiano d’oltreoceano a fare queste osservazioni?
Riccardo Brambilla
Caro Riccardo,
ho letto con un misto di stupore e incredulità ciò che è stato pubblicato dal New York Times sui decessi, avvenuti a Milano, tra le persone senza fissa dimora a causa del freddo. Francamente, tra i giornali stranieri pochi mi avevano riservato una caduta di rigore così evidente. Sono stato inviato del Corriere della Sera a New York negli anni Ottanta e ho un ricordo vivido di una città caotica, sporca, per certi versi invivibile. Anche allora, i marciapiedi di certe zone erano costellati di persone che vivevano per strada, emarginate dalla società. Non posso fare a meno di notare che, dagli anni Ottanta a oggi, la situazione non è affatto migliorata, e secondo numerose testimonianze sembra addirittura peggiorata, soprattutto negli ultimi anni, con costanti immagini di rifiuti accumulati ai piedi dei grattacieli, neve non rimossa dalle strade e un livello di degrado urbano che molti osservatori definiscono insostenibile. Nel cuore di Manhattan, nel Bronx o a Brooklyn, la quantità di senza dimora è impressionante, e la mortalità associata all'esposizione prolungata alle intemperie è un dato che le autorità locali non nascondono: durante le ondate di freddo recente a New York City sono morte almeno una dozzina di persone in una sola settimana (con picchi oltre i 15), molte delle quali senza fissa dimora.
Questi numeri sono ben documentati dalle autorità sanitarie locali e dai servizi di emergenza, che ogni anno rilevano decine di vittime legate a ipotermia o condizioni correlate. Immagino che il quotidiano newyorchese conosca certe statistiche, eppure si occupa di quelle italiane. A Milano e in Italia la realtà è diversa. Anche in casi recenti si sono verificati decessi tra persone che vivono per strada a causa del freddo, ma in termini assoluti e proporzionali i numeri sono infinitamente inferiori rispetto a quelli di una metropoli come New York. Inoltre, disponiamo comunque di un sistema di welfare e di assistenza pubblica più esteso rispetto a molte aree statunitensi: la sanità pubblica, i servizi sociali attivi in inverno, i centri di accoglienza e le strutture coordinate dal Comune e dalle associazioni private offrono, pur con limiti e fragilità, coperture che non esistono allo stesso livello in molte città americane. Trovo quindi singolare, per usare un eufemismo, che un giornale statunitense osi criticare la gestione di una grande città italiana in un settore così complesso senza considerare il contesto complessivo di welfare, di coperture sociali e di differenze strutturali
tra i due Paesi. È una critica che suona più come una polemica sbilanciata che come un'analisi seria e comparata. Non è un tabù ammettere i problemi, figuriamoci. Milano, come ogni grande città europea, affronta difficoltà nell'assistenza alle persone più fragili. Ma criticare senza confrontare i dati reali e le realtà operative è semplicemente da dilettanti. Viene da chiedersi se i colleghi del New York Times conoscano realmente cosa significhi vivere per strada a New York: il numero enorme di persone in condizione di marginalità, l'insufficienza di servizi pubblici adeguati, l'assenza di un sistema sanitario pubblico universale, e le conseguenze drammatiche che tutto ciò comporta durante le stagioni fredde. Se lo conoscono e lo ignorano, la critica diventa ideologica. Se non lo conoscono, diventa incompetente.
A mio modesto avviso, chi vuole dibattere della condizione dei senza dimora dovrebbe partire dall'analisi comparata, dai numeri, dai sistemi di sostegno e dalle cause profonde, non limitarsi a titoli urlati senza un confronto serio.