«Ci sarà un alleggerimento delle forze in teatro compresa la base di Erbil, che rimarrà comunque operativa. Verrà ridislocato personale non essenziale» conferma una fonte militare del Giornale. «Lo abbiamo già fatto nei giorni scorsi da Baghdad - aggiunge - e dal Kuwait passando dall’Arabia Saudita». Trapelano numeri di un primo ridislocamento immediato da 25 a 40 militari dalla base di Erbil dove ci sono 180 uomini. Però non va sottovalutato che «annunciare, “andiamo via”, è l’elemento di pericolosità. Se quando ti colpiscono decidi di ritirarti continueranno a farlo». Per assurdo sei più sicuro nei bunker della base di Erbil. Non solo: l’«alleggerimento» significa approntare una colonna, piccola o grande.
«Diventi un bersaglio per i droni iraniani anche se sei in un blindato Lince - sottolinea un militare operativo -. Non solo: i precedenti hanno sempre dimostrato, che quando un contingente è sotto attacco e inizia a ripiegare, continuano a colpirti ancora di più per fare ritirare tutte le forze sul campo». Dall’inizio della guerra sono stati lanciati 294 attacchi con missili e droni nel Kurdistan iracheno. Un solo velivolo senza pilota kamikaze ha colpito campo Singara, la base dei soldati italiani della missione Prima Parthica all’aeroporto di Erbil, accanto a quella americana. Un drone simile, Shahed, ha ucciso nella notte tra giovedì e venerdì il sergente maggiore francese, delle truppe di montagna, Arnaud Frion. E ferito altri cinque commilitoni in una caserma dei Peshmerga a Makhmour, un’ora di macchina a Sud di Erbil. «Il raid è avvenuto contro la postazione in cui si trovava» ha dichiarato il suo comandante, colonnello Xavier de la Chesnay. Base per i corpi speciali, l’attacco mortale, è stato rivendicato dalle Brigate dei guardiani del sangue, un paravento delle milizie sciite irachene, attraverso un video postato dal canale Sabreen, che mostra un’inferno di fuoco. Stesso gruppo e tattica mediatica utilizzata per il drone che ha centrato la base italiana distruggendo la pizzeria. Il Kurdistan è il fronte più vicino all’Iran con oltre 500 chilometri di frontiera. E si trova fra due fuochi: da una parte i missili balistici dei Pasdaran che arrivano da Est e dall’altra i lanci da Sud soprattutto di droni delle milizie sciite irachene filo Teheran. «Essere soggetti a qualche evento ostile rientra nel rischio del mestiere delle armi - sottolinea il generale in congedo Giorgio Battisti, veterano dell’Afghanistan -. Ripiegare via terra verso la Turchia è un’operazione complessa e pericolosa lungo un tragitto di 215 chilometri fino al valico di Ibrahim Khalil». All’inizio il mini contingente contava 300 uomini e le forze non necessarie sono già state rimpatriate o «diradate» come si dice in gergo. «La pianificazione di un ripiegamento è sempre prevista in teatri di operazione e vanno messe nel conto le possibili minacce - spiega Battisti - dal cielo con i droni e a terra con Ied, le trappole esplosive». Per questo «il ruolo dell’intelligence è fondamentale così come gli accordi con il comando della coalizione per avere la copertura aerea e le forze “amiche” locali, i peshmerga, di scorta». In Iraq i droni iraniani hanno preso di mira negli ultimi giorni anche basi britanniche, oltre che quella italiana e francese.
«Dopo avere subito una perdita, e dei feriti, il presidente Emmanuel Macron non ha ancora parlato di ripiegamento» osserva Battisti.
Un ripiegamento anche parziale «dà un pessimo segnale ai Pasdaran. La guerra non è nostra e non ci faremo coinvolgere - spiega una fonte del Giornale -. Ma non si può neanche darla vinta a chi ci lancia droni».