"Le acque di scarico spia dei focolai"

L'Iss: niente rischi per quella del rubinetto. Covid isolato nelle lacrime

"Le acque di scarico spia dei focolai"

Il coronavirus circola anche nelle fognature, o nelle lacrime. Lo confermano due studi freschi di stampa. Il primo è stato condotto dal gruppo guidato da Giuseppina La Rosa, del Reparto di qualità dell'Acqua e Salute dell'Iss. I ricercatori hanno trovato materiale genetico del virus in otto campioni di acque di scarico raccolti a Milano a febbraio scorso e in due campioni raccolti a Roma a fine marzo. Il risultato non sorprende i ricercatori che rassicurano: non c'è nessun rischio di natura sanitaria legato al sistema idrico, che oggi viene considerato sicuro. Semmai campionamento può essere usato come spia della presenza di un focolaio epidemico.

Uno strumento importante soprattutto nella fase 2. «La sorveglianza potrà essere utilizzata per monitorare in modo indiretto la circolazione del virus ed evidenziare precocemente una sua eventuale ricomparsa spiega Luca Lucentini, direttore del Reparto di Qualità dell'acqua e Salute dell'Iss - consentendo quindi di riconoscere e circoscrivere più rapidamente eventuali nuovi focolai epidemici». Anche il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro ammette che «potrebbero essere d'aiuto nel controllo della pandemia. I nostri risultati si associano a quelli di altri gruppi di ricerca che, in Olanda, Massachusetts, Australia e Francia, hanno ad oggi rinvenuto tracce del coronavirus negli scarichi».

Insomma la rete fognaria potrebbe essere sfruttata, per sviluppare un sistema di allerta che aiuti gli scienziati a disegnare una mappa del contagio. Ed è per questo che la ricerca si estenderà ad altri campioni di acque di scarico provenienti da una rete di raccolta in diverse Regioni.

Dalle fognature alle lacrime dei malati di Covid. I ricercatori dell'Istituto Spallanzani di Roma, hanno infatti scoperto che il virus è attivo anche nelle lacrime e nelle secrezioni oculari dei pazienti positivi ed è in grado di replicarsi anche nelle congiuntive. In pratica, gli occhi non sono solo una delle porte di ingresso del virus nell'organismo, ma anche una «potenziale fonte di contagio». Lo studio è stato però effettuato solo sulla turista cinese di 65 proveniente da Wuhan. La paziente, oltre a febbre e tosse secca, aveva anche una congiuntivite bilaterale. Partendo da un tampone oculare prelevato tre giorni dopo il ricovero i ricercatori sono riusciti ad isolare il virus, dimostrando così che, oltre che nell'apparato respiratorio, è in grado di replicarsi anche nelle congiuntive. Ma la brutta notizia è che negli occhi il virus resiste di più. Nel naso della signora cinese, per esempio, i campioni respiratori della paziente, dopo tre settimane di ricovero erano negativi, mentre il campione oculare era ancora debolmente positivo sino a 27 giorni dal ricovero.

Inoltre, utilizzando test di laboratorio che amplificano le particelle virali, i ricercatori hanno confermato che il campione di virus prelevato dai suoi occhi si stava replicando. «Questa ricerca dimostra che gli occhi non sono soltanto una delle porte di ingresso del virus nell'organismo, ma anche una potenziale fonte di contagio ha commentato Concetta Castilletti, responsabile dell'Unità operativa Virus emergenti del Laboratorio di Virologia dello Spallanzani ne deriva la necessità di un uso appropriato di dispositivi di protezione in situazioni, quali gli esami oftalmici, che si pensava potessero essere relativamente sicure rispetto ai rischi di contagio che pone questo virus».

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