Addio all'uomo dai mille volti: era il crocevia del vero potere

Andreottiano, era amico di Almirante e del «principe rosso» Caracciolo. Mediò tra il Cavaliere e De Benedetti

Roma - «A Giuse', nun te impiccià, che te fai male», gli diceva il Divo Giulio, uno che davvero la sapeva lunga. Anche Bettino Craxi cercava di dissuaderlo: «Teniamo duro perché questi ci mollano Repubblica». Buoni consigli, però quella volta Giuseppe Ciarrapico non diede retta a nessuno, nemmeno ad Andreotti, che all'epoca era il suo faro, e fece di testa sua. E così poche settimane dopo, il 29 aprile 1991, all'hotel Palace di Milano andò in scena il suo trionfo diplomatico. Alla destra Gianni Letta e Fedele Confalonieri, a sinistra Carlo Caracciolo e Vittorio Ripa di Meana, il Ciarra in piedi circondato da microfoni e telecamere che annunciava alla stampa la fine dopo 500 giorni della guerra di Segrate, con la spartizione della Mondadori. A De Benedetti Repubblica, L'Espresso e i quotidiani Finegil, a Berlusconi libri e periodici, a cominciare da Panorama. Ci avevano provato Mediobanca, Barclays e Lehamn Brothers. Ci era riuscito lui «con pazienza e pragmatismo», cioè aprendo un quaderno giallo e dividendolo a metà con un tratto di penna. «Qui segniamo quello che volete voi - disse a Caracciolo - e lì quello che vuole il Cavaliere».

Giuseppe Ciarrapico è morto ieri a 85 anni dopo una lunga malattia e il Lodo Mondadori è stato uno dei momenti più celebrati di uno dei personaggi più controversi e contrastati della prima e in parte pure della seconda Repubblica. Ma non c'era un solo Ciarrapico. C'era l'editore, il presidente di una squadra di calcio, il senatore del Popolo delle Libertà, l'imprenditore nella sanità privata, il proprietario delle terme di Fiuggi e di una catena di acqua minerali. Il nostalgico del Duce e l'uomo che premiava Michail Gorbaciov. Sanguigno, burbero, però capace di mediare. Mille lavori, diversi crac, tanti pesanti guai giudiziari.

Uomo di destra, quasi estrema, intimo dei Mussolini, «fascista antinazista» come si autodefiniva; ma uno dei suoi amici più cari fu Carlo Caracciolo, il principe rosso, il compagno di mangiate e di affari. Si erano conosciuti ad Hannover, dove erano andati a compare le prime stampanti roto-offset arrivate dall'America per i loro giornali. Costavano «'na cifra», loro riuscirono a ottenere uno sconto portando i tedeschi al ristorante. Interprete, un cameriere italiano.

Presidente della As Roma per tre anni dal 1991 al 1993, vincitore della Coppa Italia, traghettatore da Dino Viola a Franco Sensi, però di calcio non capiva un granché; non sapeva in che squadra aveva giocato Dino Zoff e stava quasi per vendere il giovanissimo Francesco Totti alla Sampdoria. Durante una protesta dei tifosi, rispose così: «Fischi? Non ne ho sentiti, solo contestazioni di gioia».

E l'editoria. Aveva cominciato stampando a Roma pubblicazioni di taglio revisionista sul fascismo, per arrivare poi a mettere il piedi una fitta rete di quotidiani locali: Ciociaria Oggi, Latina Oggi e Nuovo Oggi Molise. Stampa periferica? Mica tanto. «Le copie dei giornali di pesano e non si contano», diceva il Ciarra, ma ancora non c'era Internet. E comunque fu proprio la conoscenza di quel mondo e la sua trasversalità che lo portò a condurre la trattativa per la divisione della Mondadori.

Quanto alla politica, anche qui il percorso è assai tortuoso. Partendo da destra, Ciarrapico era diventato poco a poco uno degli uomini di punta della corrente di Giulio Andreotti. Era il suo braccio operativo nella zona di Frosinone, da Cassino a Fiuggi. Nel sud della provincia le tipografie che davano lavoro a decine di persone, grazie anche alle pubblicazioni che il sette volte presidente del Consiglio faceva commissionare o che comprava, garantendo ossigeno e stipendi. Nel nord le acque minerali: durante la sua gestione le fonti raggiunsero livelli di notoreità mai più eguagliati. Alla fine degli anni ottanta sbarcò a Fiuggi persino Gorbaciov, premiato per la perestrojka. Intanto a Roma controllava la sanità. A un certo punto Zio Giulio gli chiese di occuparsi della Roma calcio ed evitare che fallisse. Miracolosamente le casse delle banche si aprirono.

Poi i guai giudiziari. Lo scandalo Safim-Italsanità, il carcere un mese a Regina Coeli, la condanna per bancarotta fraudolenta nel processo per il crac del Banco Ambrosiano, il finanziamento illecito ai partiti. Nel frattempo Andreotti Giulio era uscito di scena e la Dc era evaporata. Ciarrapico si avvicinò a Berlusconi e dal 2008 al 2015, nonostante il parere contrario di Alleanza Nazionale, diventò senatore del Pdl.

Insomma, non si è fatto mancare nulla. «Sì, era una persona vulcanica», conclude Stefano, figlio del Divo Giulio.

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