"Alex vincerà pure stavolta. Siamo tutti accanto a lui perché ci ha mostrato la forza che è dentro di noi"

Claudio Costa risponde con un filo di voce. Si sente, il flusso delle parole scorre affaticato mentre combatte per trattenere le lacrime.

"Alex vincerà pure stavolta. Siamo tutti accanto a lui perché ci ha mostrato la forza che è dentro di noi"

Claudio Costa risponde con un filo di voce. Si sente, il flusso delle parole scorre affaticato mentre combatte per trattenere le lacrime. Il dottore imolese è legato ad Alex Zanardi da quel magico patto che unisce i cavalieri avventurosi del rischio. Un patto di incoscienza, di coraggio, di visioni, fatto di quelle cose lì che a noi pincopalla del vivere sembrano impossibili da raggiungere e per loro sono invece sempre dietro l'angolo pronte da cogliere. Un patto che un giorno del 2001, dopo una vita spesa in giro per il mondo al seguito delle corse per curare i piloti con la sua clinica mobile, portò quest'uomo allora di 61 anni e uno sfortunato campione di 35 rimasto senza gambe a unirsi per dare a se stessi un nuovo obiettivo e a tutti noi una lezione di speranza. Il dottorCosta, da scriversi e leggersi rigorosamente tuttoattaccato, perché di mestiere faceva questo, riattava i piloti martoriati dalle cadute nel motomondiale, e perché tutto di un fiato loro, nel dolore dell'incidente, ne chiedevano l'aiuto urlando il suo nome, il dottorCosta Alex Zanardi volle accanto a sé in quel fottuto settembre del 2001. «E oggi, nonostante un trauma facciale molto molto grave, nonostante la prognosi riservatissima a livello neurologico, anche oggi come allora credo che Alessandro ce la possa fare» dice il dottorCosta.

Da che cosa trae questa speranza?

«Da molti fattori. Il primo: mi conforta sapere che è in buonissime mani, le equipe maxillo facciale e neurologica dell'ospedale Le Scotte di Siena sono un'eccellenza, chirurghi all'avanguardia. Me la dà l'incredibile tempra di Alessandro che diciannove anni fa, al Lausitzring, sopravvisse dopo quello spaventoso incidente con nemmeno un litro di sangue rimasto in corpo. E me la danno le commoventi e sincere manifestazioni di affetto e solidarietà di milioni di persone che in queste ore si sono strette attorno a lui e alla sua famiglia».

Una nuova battaglia, simile a quella di allora.

«Sì, Alessandro è tornato di nuovo in guerra contro il nemico di sempre: la morte. Questa signora lo lasciò in un letto di ospedale a Berlino senza gambe e senza sangue e lui, pochi mesi dopo, seppe letteralmente rialzarsi. All'epoca, sul circuito del Lausitzring, gli passò davanti e di traverso una monoposto; venerdì è stato un camion ad attraversargli la vita. Ma ora accadrà qualcosa di diverso: nel 2001, quando si svegliò, Alessadro disse morte, questa volta ho vinto io. Quando si riavrà da questo dramma, perché sento che si riavrà, pronuncerà una frase diversa: non dirà morte, ho vinto io, bensì morte, abbiamo vinto noi. Perché all'epoca era solo, era conosciuto come un pilota, nulla più; oggi è amato da tutti e tutti stanno lottando accanto a lui regalandogli amore e forza»

Ecco, lei si è mai spiegato questo grande e incondizionato amore per lui che accomuna tutti, proprio tutti gli italiani?

«Perché dentro ogni essere umano, ricco o povero che sia, sereno o disperato, sano o ammalato, esiste un frammento di paradiso perduto a cui tutti vorremmo aggrapparci o ambire; e Alessandro quello spicchio di paradiso lo ha riempito di umanità con i suoi gesti e le sue parole e ce l'ha portato a casa, così che tutti potessero specchiarcisi».

Lei lo seguì dopo l'incidente in cui perse le gambe, ed era al suo fianco quando, tre mesi dopo, si alzò...

«Eravamo al Motorshow di Bologna, per la premiazione dei Caschi d'oro di Autosprint. Mi aveva telefonato qualche giorno prima, Claudio, ma lo sai? Mi hanno assegnato il Casco d'oro... però voglio andarlo a ritirare in piedi. Alessandro aveva ancora i monconi delle gambe aperti, anche le arterie erano parzialmente aperte, se fosse caduto sarebbe stato un disastro; ci serviva anche il benestare della commissione medica che lo seguiva. Ma io e la sua squadra, così chiamava medici, ortopedici e fisioterapisti che lo seguivano, ci mettemmo subito al lavoro. Fummo anche fortunati. In quei giorni la struttura per le protesi fu tutta a nostra disposizione. Gliele prepararono subito.

Si ricorda che cosa le disse quando si mise in piedi per la prima volta?

«Il giorno della premiazione avevamo fatto anche diverse prove... poi, quando arrivò il momento, lui si alzò in piedi da solo e ritirò il premio. Ricordo che mi disse: «Quello che ho appena fatto è il passo più importante nella gara più bella della mia vita».

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