Anni di piombo, vittime di "serie B": "Così Cecchin è rimasto senza giustizia"

Un libro racconta la verità sull'omicidio di Francesco Cecchin, giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso a Roma nel 1979. Ora il centrodestra chiede che il suo nome venga inserito nella lista delle "vittime del terrorismo"

Anni di piombo, quelle vittime di "serie B": "Così Cecchin è rimasto senza giustizia"

Quello di Francesco Cecchin è stato un "omicidio volontario". Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di Roma del 23 gennaio 1981. Eppure, a distanza di 42 anni per la morte di quel ragazzo di 17 anni, militante del Fronte della Gioventù, non c’è ancora un colpevole. L’unico indiziato, il militante comunista Stefano Marozza, arrestato il primo luglio del 1979 con l’accusa di concorso in omicidio, è stato assolto per "non aver commesso il fatto". Il motivo, però, come mise nero su bianco la Corte d’Assise nella stessa sentenza, fu l'assenza di elementi utili ad accertare le responsabilità a causa della "mancanza", denunciano i giudici, "di ogni attività investigativa nell'ambito degli appartenenti alla fazione politica opposta a quella della vittima".

Si parla di "estrema lacunosità delle indagini", con il fatto che venne derubricato ad una caduta accidentale dal parapetto dello stabile di via Montebuono 5, nel quartiere Trieste Salario, a Roma, dove il ragazzo fu trovato senza vita. "Francesco non è scivolato ma è stato buttato giù da quel muretto dopo essere stato picchiato selvaggiamente", dice l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che di Cecchin era amico e che all’epoca dei fatti raccolse con gli altri militanti di destra prove e testimonianze sulla vicenda in un dossier. "Volevamo la verità, – ricorda – ma le istituzioni guardavano dall’altra parte".

Oggi a fare chiarezza su quello che accadde quella sera di maggio del ’79 è un libro che si intitola "Una morte scomoda: l’omicidio di Francesco Cecchin", scritto da Federico Gennaccari e presentato ieri nei giardini di Piazza Vescovio, a pochi metri da quel condominio. Giardini che nel 2011, non senza polemiche da parte della sinistra, furono intitolati proprio al giovane missino. Una morte scomoda, perché il pomeriggio prima di essere aggredito Cecchin fu protagonista di una lite per alcuni manifesti con alcuni militanti del Pci. Qualche ora più tardi, mentre passeggiava nella stessa piazza con un amico e la sorella per andare a cena fuori, Francesco venne affiancato da una Fiat 850. Almeno due persone, secondo le testimonianze, sarebbero uscite dall’abitacolo e avrebbero iniziato ad inseguire il 17enne, che si rifugiò all’interno del palazzo di via Montebuono, dove abitava un suo amico.

È lì, sotto un muro alto cinque metri, che Cecchin venne ritrovato privo di sensi. Morirà il 16 giugno, dopo diciannove giorni di coma. Fino al giorno del decesso, viene denunciato nel libro, "la polizia non svolse nessuna indagine degna di tale nome, nonostante un dettagliatissimo dossier di controinformazione presentato dai giovani del FdG". Un fatto che contribuì a far perdere le tracce degli assassini. I giudici, infatti, successivamente non ebbero dubbi sul fatto che si fosse trattato di omicidio. A dire il vero alla versione della caduta non cedette nessuno fin dal primo momento, neppure i giornali di sinistra. Nella sentenza dell’81, per fugare ogni dubbio, fu smontata anche la perizia medico-legale che avvalorava quella tesi.

Eppure quando nel 1993 la mamma di Francesco, Valeria Pace, scrisse al ministero dell’Interno per chiedere che al figlio venisse concessa la speciale elargizione per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, dal Viminale risposero che l’omicidio Cecchin non era riconducibile a quella fattispecie. Oggi che il nome di Francesco venga inserito in quell'elenco è l’obiettivo di un gruppo di parlamentari di centrodestra, tra cui il vice-presidente del Senato, Maurizio Gasparri, di Forza Italia, e quello della Camera, Fabio Rampelli, di FdI. "Questo è un compito morale, che non ci restituisce nulla, ma la Repubblica ha una sua liturgia e visto che negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti verso la riconciliazione nazionale è giusto che anche Francesco Cecchin sia inserito nella lista delle vittime", ha detto il senatore azzurro, che all’epoca dell’omicidio era segretario provinciale del Fronte della Gioventù, intervenendo alla presentazione del libro.

"In quegli anni – denuncia – è innegabile che ci sia stato un uso politico della giustizia, con arresti di avvocati, intimidazioni e la mancata individuazione dei responsabili degli omicidi". "Sono tanti – ha ricordato – i fascicoli ancora aperti". "Noi sappiamo chi sono i colpevoli, - conclude - vorremmo che anche l’Italia lo sapesse, perché non ci sia solo il nome di Francesco Cecchin tra le vittime del terrorismo, ma anche quelli di chi lo ha ucciso nell’elenco degli assassini".

Giuseppe Valentino, legale della famiglia Cecchin durante il processo e oggi Presidente della Fondazione An, è scettico sul fatto che si possano riaprire le indagini. "Quando chiesi di poter interrogare Cecchin in ospedale, visto che c’era questa situazione di coma indotto e avrebbe potuto fare un cenno oppure riconoscere una fotografia, il pm mi disse: ‘i medici danno per certo che tra qualche giorno si riprenderà, quindi perché turbarlo, quando si sveglierà lo andremo ad interrogare e il processo sarà finito’", racconta. "Il processo – aggiunge subito dopo con amarezza – non è finito mai, e i colpevoli non sono stati assicurati alla giustizia".

Per questo c’è chi, come Fabio Rampelli, ha depositato in Parlamento una proposta di legge per istituire una commissione di inchiesta sugli anni di piombo. "Non ci si può arrendere al fatto che la gran parte dell’establishment intende negare il diritto alla riapertura dei processi e delle indagini per trovare i colpevoli degli omicidi", dice al Giornale.it. "Se non ci può essere giustizia perché quella italiana ha fallito per faziosità conclamata, - continua - ci dovrebbe essere almeno la verità storica".

"Andremo dal prefetto, avamposto del ministro Lamorgese a Roma, – annuncia Rampelli – per chiedere il tardivo riconoscimento di Francesco Cecchin come vittima del terrorismo, questa fu un’altra negazione bestiale dopo che alla famiglia di questo ragazzo è stata negata verità e giustizia”.