Anziani isolati, il rischio di depressione

Il geriatra: chiusi in casa senza contatti vivono un senso di abbandono

«I bombardamenti erano meglio, ci si chiudeva nelle case ma almeno si stava tutti insieme». Usa l'espressione di un suo paziente, il geriatra Andrea Mazzone per descrivere il vuoto che sta opprimendo un'intera generazione. Dove non arriva la polmonite da Covid 19, arriva la depressione. È un'ombra scura che spegne i sorrisi fino a stringere il cuore di tutti gli anziani. Di quelli ricoverati, perché non ricevono più le visite dei loro cari e non sanno se e quando potranno rivederli. Di quelli isolati a casa, smarriti senza le abitudini che hanno arricchito di senso le loro giornate fino a due mesi fa: la chiacchierata con gli amici al bar, la partita a bocce, la passeggiatina al parco. Di tutti che si avvicinano all'addio pensando di non ricevere più nemmeno un abbraccio o un bacio.

«Mio padre ha 90 anni - scrive un lettore - è sempre stato bene. In due mesi si è spento dentro, mi chiede che senso ha per lui vivere in queste condizioni fino all'autunno, magari il mese prossimo non ci sarò più mi dice. È un uomo di tempra forte, che ha visto la guerra da ragazzino e i suoi genitori sacrificarsi fino allo stremo, mangiando poco e niente. Me lo ritrovo annichilito».

Abbiamo chiesto ad Andrea Mazzone, geriatra dell'Istituto milanese Golgi Redaelli, cosa si risponde a un anziano che preferisce correre il rischio di ammalarsi piuttosto che rinunciare alla propria libertà.

«Lo inviterei a pensare che lo stare appartati rappresenta un gesto di protezione per gli altri, forse così si convincerebbe». Mazzone aggiunge che la terza età è una stagione critica sia per chi sta male sia per chi non ha problemi di salute. «La mancanza di contatto fisico o il non aver qualcuno con cui scambiare due parole possono far credere di essere stati abbandonati. È importante la stabilità emotiva, lavoriamo sempre con psicologi e fisioterapisti ma le situazioni sono anche molto diverse». Avete messo a disposizione un tablet. «Così ciascuno può parlare con i propri familiari e vederli nello schermo. L'iniziativa è piaciuta e ci è parso di intravedere qualche sorriso in più. A turno lo portiamo a tutti».

Al Redaelli ci sono in tutto 450 ricoverati fra reparti destinati alla riabilitazione da ictus o da fratture, il Coviatria (padiglione riservato ai malati di Covid 19), residenze e centri diurni per l'Alzheimer che però in questo periodo sono chiusi. Lei che si occupa di Alzheimer cosa ha osservato di questi pazienti? «I meno gravi, quelli che hanno sempre vissuto nelle loro case e frequentavano i centri diurni hanno subito un contraccolpo pesante. Ora sono affidati alle famiglie che non sempre riescono a gestirli. Alcuni soffrono di una forma detta della camminata incessante', hanno bisogno di camminare per chilometri». Ma i più sofferenti sono sicuramente gli anziani a casa soli che accusano i sintomi del Covid e non ricevono neppure una visita a domicilio.

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