App "Immuni", c'è la scadenza. Dati cancellati entro fine anno

Bozza del decreto legge: dati anonimi, il sistema gestito dal ministero della Salute. "Efficace col 25% dei telefoni"

App "Immuni", c'è la scadenza. Dati cancellati entro fine anno

Tra dubbi sul funzionamento, sulle modalità di trattamento dei dati di chi la userà e sui tempi di adozione, le certezze sull'app Immuni - o come si deciderà di chiamarla - erano poche. A mettere nero su bianco qualche dettaglio in più su come sarà regolata l'applicazione per smartphone che dovrebbe aiutare a contenere i contagi da coronavirus è il decreto legge in tema di giustizia discusso ieri sera in consiglio dei ministri. Le bozze del decreto fatte filtrare alla stampa hanno confermato i punti cardine della tecnologia, anche se alcuni passaggi restano vaghi. Innanzitutto l'app sarà volontaria e chi deciderà di non scaricarla non sarà penalizzato in alcun modo. Su questo punto, ieri la ministra dell'Innovazione Paola Pisano, davanti alla commissione Lavori pubblici al Senato, ha abbassato le aspettative: l'app avrà una «buona resa» anche se la userà il «25-30 per cento» della popolazione, ha detto, contrariamente all'obiettivo minimo del 60 di utenti fissato dall'università di Oxford e condiviso da vari esperti. Tuttavia segnali incoraggianti su questo arrivano dal sondaggio condotto da Ipsos, secondo cui il 50 per cento degli italiani sarebbe favorevole a usare Immuni (il 19 «sicuramente», il 31 «probabilmente») contro il 27 che non gradisce, mentre il 23 «non sa o non ha uno smartphone». Circostanza, quest'ultima, da non sottovalutare: chi non possiede un cellulare «intelligente» è tagliato fuori, e secondo un'indagine del 2019 del Pew Research Center in Italia «solo» il 71 per cento dei cittadini ne dispone. Alternative non ce ne saranno: sempre Pisano ieri ha detto che l'ipotesi di sostituire l'app con un braccialetto elettronico, per esempio per gli anziani, «non è mai esistita».

Altro grande tema è quello del trattamento dei dati personali dei futuri utenti dell'applicazione. Ieri è stato chiarito che il proprietario, e dunque il responsabile, di queste informazioni è il ministero della Salute. Essendo stato scelto - come confermato anche dal capo della task force per la «fase 2», Vittorio Colao, in un'intervista al Corriere della Sera - un sistema decentralizzato, sui server della pubblica amministrazione, probabilmente gestiti da Sogei, non saranno registrati tutti i contatti tra gli utenti ma saranno conservati solo i codici delle persone risultate positive al Covid-19. Questo significa che nel momento in cui si risulta contagiati, si dovrà inserire nell'app un codice che arriverà al server centrale. A sua volta il server rilascerà periodicamente agli smartphone degli altri utenti l'elenco degli infetti: se c'è corrispondenza con una delle persone incontrate nei giorni precedenti, l'app avviserà il proprietario con una notifica, il tutto in forma anonima. Aver scelto un sistema decentralizzato significa anche allinearsi con i modelli che stanno sviluppando Apple e Google ed evitare che l'app rischi di non funzionare sui dispositivi dei due colossi. Un'impalcatura tecnologica che, da ieri, ha una data di scadenza: come indicato nella bozza del nuovo decreto Giustizia, al massimo entro il 31 dicembre 2020 l'app cesserà e i relativi dati degli utenti saranno cancellati.

Ciò su cui tutti concordano, comunque, è che la tecnologia debba essere integrata con un sistema sanitario in grado di garantire tamponi e assistenza. Il decreto su questo cita l'introduzione di una «piattaforma» del ministero della Salute deputata proprio a gestire «l'adozione di correlate misure di sanità pubblica e di cura» per gli utenti. Mentre la ministra Pisano ha detto che verranno istituiti call center «di primo livello», per assistere chi scarica l'app, e di «secondo livello» per «rassicurare» chi riceve la notifica di contatto con un contagiato e guidarlo nei successivi passi.