Elezioni politiche 2022

Arriva il via libera dagli Usa a un governo targato Meloni "Macché fine del mondo..."

"Chiunque vincerà, non si sfilerà dall’alleanza". La Von der Leyen: "Nella Ue gli strumenti se le cose si faranno difficili"

Arriva il via libera dagli Usa a un governo targato Meloni "Macché fine del mondo..."

Washington. Joe Biden «prenderà le misure» al nuovo capo del governo italiano, «chiunque sia», e farà le sue valutazioni sulla persona, ma una cosa è certa: l'Italia «non si sfilerà» dalla coalizione occidentale a sostegno dell'Ucraina. Ed è bene che anche in Europa si smetta di dare retta alla «narrativa catastrofica» sulle elezioni in Italia. Ancora una volta, Washington irrompe sulla campagna elettorale italiana. Se, recentemente, era stato il dipartimento di Stato a sganciare la «bomba» sui finanziamenti russi ai partiti politici di mezzo mondo, stavolta interviene direttamente la Casa Bianca, ma per lanciare un messaggio completamente diverso. Non più un avvertimento a possibili Quinte Colonne filorusse, ma a chi punta a delegittimare il probabile esito del voto del 25 settembre. I referendum-farsa nel Donbass e negli altri territori ucraini occupati e la minaccia nucleare lanciata da Vladimir Putin hanno innalzato nel giro di poche ore il livello dello scontro con Mosca. Quindi, è il ragionamento dell'Amministrazione Usa, non è questo il momento di mettersi a fare i «choosy», gli schizzinosi, a rimorchio della stampa progressista americana ed europea, che continua a lanciare allarmi sul «ritorno del fascismo» in Italia. Un rischio, peraltro, al quale la Casa Bianca non ha mai creduto. Stesso concetto, del resto, espresso pochi giorni fa dal dipartimento di Stato sull'Ungheria, appena condannata dal Parlamento europeo: «Budapest è nostra alleata nella Nato». Punto. Ed è per questo che da New York, con la formula della chiacchierata off the record con un alto funzionario, l'Amministrazione Biden ha detto chiaramente quale sarà il suo approccio col nuovo governo. «Chiunque sarà il nuovo primo ministro italiano, il presidente dovrà parlarci subito e prendere le misure di quella persona e stabilire cosa questo significherà». E ancora: «Non crediamo che, a prescindere dall'esito delle elezioni, l'Italia in qualche modo si sfilerà dalla coalizione occidentale dei Paesi che sostengono l'Ucraina e crediamo che neanche i nostri partner chiave in Europa lo pensino». Messaggio chiarissimo, lanciato nelle ore in cui al Palazzo di Vetro dell'Onu sono riuniti i capi di Stato e di governo di tutto il mondo. Certo, ha aggiunto il funzionario, «questo non significa che sarà esattamente lo stesso che con Draghi. Ma pensiamo che questa narrativa da fine del mondo sulle elezioni italiane non corrisponda alle nostre aspettative su cosa accadrà».
Nelle stesse ore, sempre negli Stati Uniti, e precisamente a Princeton, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, impegnata in un dibattito e di fronte a una domanda sul voto nella Penisola, delineava i paletti europei: «Noi lavoriamo con qualunque governo democratico che è disposto a lavorare con noi. Vedremo il risultato, ci sono state anche le elezioni in Svezia. Se le cose andranno in una direzione difficile, abbiamo degli strumenti, come nel caso di Polonia e Ungheria».
É in questo contesto che si è svolta la visita del premier uscente a New York, per i lavori dell'Assemblea generale dell'Onu. Mentre l'alto funzionario dell'Amministrazione Usa sdoganava i probabili vincitori delle elezioni italiane, Draghi era con gli altri leader al Museo di Storia naturale di New York, dove il presidente Biden aveva invitato i leader mondiali Esclusa la possibilità di un bilaterale, fino all'ultimo si è pensato ad uno scambio, seppure breve, tra il presidente Usa e il premier, alla sua ultima apparizione (per ora) su un grande palcoscenico. Si è detto che il mancato incontro era dovuto alla ristretta agenda di Biden. In realtà il presidente Usa nelle due giornate newyorchesi ha incontrato il segretario dell'Onu Guterres, la premier britannica Truss, il francese Macron, il presidente filippino Marcos Jr., il sudcoreano Yoon e il giapponese Kishida.

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