Assedio giallorosso a Conte: vogliono imporgli l'agenda

Dem delusi dalle misure, Iv detta i paletti per restare in maggioranza. E il M5s prepara imboscate sul Mes

Assedio giallorosso a Conte: vogliono imporgli l'agenda

Il decreto Rilancio, annunciato urbi et orbi dal premier Conte, che rimbalza ancora tra Mef e Ragioneria dello Stato per problemi di copertura: le ultime aggiunte in corso d'opera avrebbero fatto sfondare lo sforamento autorizzato dal Parlamento, e il Quirinale ancora aspetta il testo.

Il decreto riaperture, con annesso Dpcm, che ieri sera era ancora in alto mare: il Consiglio dei ministri è iniziato nel pomeriggio, poi è stato sospeso e rinviato alle 21. Le Regioni litigano tra loro e con il governo su tempi e regole.

La Fase 2 si annuncia caotica, mentre salgono le tensioni nella maggioranza. Per Giuseppe Conte si apre una stagione difficile: è proprio quella «mancanza di alternative» al suo esecutivo, sbandierata a gran voce dai suoi azionisti (Pd di Zingaretti in testa) a finire per diventare un problema: se crisi, rimpasti, elezioni sono tutte opzioni ora impossibili, i partiti della maggioranza rialzano tutti la testa e pretendono di lasciare ognuno il proprio segno sull'azione di governo, spesso in modi contrastanti. Così le pressioni su Conte, silenziate nella beata (per lui) fase dell'emergenza sanitaria, dei Dpcm a pioggia, dei comizi notturni su Facebook e del Parlamento virtualmente chiuso e bypassato, ora ripartono più forti di prima. Mentre nel Paese che esce dal lockdown e scopre le macerie lasciate dalla crisi minacciano di salire tensioni sociali e delusione. «Gli ultimi provvedimenti del governo cercano di dare un contentino a tutti, col rischio di non fare contento nessuno», dicono nel Pd.

Conte prova a fronteggiare le critiche e a disinnescare gli scontri. Dopo aver firmato l'ennesimo decreto che fa piovere fondi a destra e a manca, senza una chiara visione e un progetto complessivo di ripresa, annuncia attraverso i media che «ora basta soldi a pioggia». Del resto, i soldi sono finiti e farne piovere altri non è facilissimo. «Ora servono grandi riforme per rilanciare gli investimenti e sburocratizzare la macchina statale, investendo sulle infrastrutture», promette. È il «piano choc» di cui Matteo Renzi ha fatto la sua bandiera, per restare in maggioranza. Ma non sarà facile farlo digerire agli altri partiti, che vogliono voce in capitolo nella sua definizione. Annuncia anche che ora il Parlamento deve riprendere la sua centralità: «Non sarà un Dpcm a stabilire le nuove regole, ma un decreto da discutere alle Camere», aveva assicurato nell'ultima conferenza stampa. Salvo poi far sapere che ci sarà sì un decreto, che nelle sue intenzioni dovrebbe stabilire solo la cornice generale, ma anche un Dpcm - quindi non modificabile - per dettagliare le misure. E su cosa mettere nell'uno e nell'altro ci si è accapigliati ieri in Consiglio dei ministri. Il premier fa sapere che martedì sarà in aula per l'informativa sulla riapertura, che in verità doveva essere ieri ma è slittata in attesa che i criteri siano stabiliti. E intanto le scadenze politiche più delicate si avvicinano: il 20 maggio si vota in Senato la sfiducia a Bonafede, qualche giorno dopo arriverà la resa dei conti sul Mes: Pd e Italia viva sono apertamente schierati a favore, lo stesso premier è consapevole che quella linea di credito è assolutamente indispensabile. Ma i Cinque Stelle sono sul piede di guerra e non ne vogliono sapere, decisi a usare la battaglia No-Mes per rilanciare la propria identità anti-europea, andare allo scontro con l'asse Pd-Iv che li ha umiliati sui migranti e che pretende di «dettare l'agenda» del governo, come dice Zingaretti. E per logorare e indebolire Conte.

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