Stavolta arriva dall'Università di Leuven, il monito dell'ex premier già n.1 della Bce. In occasione della laurea honoris causa a lui conferita dall'ateneo KU, Mario Draghi prova nuovamente a scuotere governi e istituzioni del Vecchio Continente; ancora dal Belgio, cuore pulsante della burocrazia a 12 stelle, sprona leader e apparati a cambiare rapidamente pelle e dar vita agli Stati Uniti d'Europa. Scossa per un continente che, dice, deve trasformarsi "da confederazione a federazione", perché "dove l'Europa si è federata su concorrenza, mercato unico, politica monetaria, siamo rispettati come potenza e negoziamo come soggetto unico, lo vediamo negli accordi commerciali di successo con l'India e con l'America Latina". Al contrario, "un'Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare i propri valori". Dunque no a compromessi illusori, e no all'inazione finché l'escalation non sarà "meno costosa".
Draghi denuncia il rischio, per l'Ue, d'essere sottomessa, di restare "subordinata" all'avanzata delle potenze dominanti, "divisa e deindustrializzata". Dall'America a trazione Trump che impone dazi e punta alla "frammentazione" dell'Europa "minacciando i nostri interessi territoriali", vedi il caso Groenlandia per cui l'ex premier elogia invece la prova di unità di fronte a una minaccia con "gli europei che hanno scoperto una solidarietà che sembrava irraggiungibile e una determinazione che ha fatto presa sul pubblico", a una Cina "che controlla nodi critici nelle catene di approvvigionamento, disposta a sfruttare tale influenza inondando i mercati e costringendo altri a sostenere il costo dei propri squilibri".
Secondo Draghi, ora è necessario gettare il cuore oltre gli ostacoli: che l'Ue si è auto-imposta da un trentennio; già da lui messi nero su bianco per conto della Commissione europea. Nel Rapporto Draghi 2024, invitava infatti a ridimensionare certe sovra-regolamentazioni, diverse da Stato a Stato: dalla farmaceutica ad altri capitoli legati a innovazione e competitività; microprocessori, piattaforme digitali, AI. In particolare, nel '24 lamentava il mancato completamento dell'Unione bancaria, e risultava già impietoso il confronto con gli Usa. Ieri la nuova sferzata, giudicando "defunto" l'ordine globale basato sul multilateralismo statunitense che ha governato il mondo dalla fine della Seconda guerra.
Ombre e luci da cui ripartire, intese diversificate e spinta sull'acceleratore per non restare più a guardare i cambiamenti intercorsi già con ingresso della Cina nel Wto: per l'ex premier, evento con cui i confini di sicurezza hanno iniziato a divergere. Alcuni Stati, sostiene, "hanno perseguito un vantaggio assoluto attraverso strategie mercantiliste, imponendo deindustrializzazione ad altri". L'Ue? Ha scelto una via di mezzo, restare alla finestra "nella logica della confederazione con cui opera ancora nella difesa, politica estera, fiscale, un modello che non produce potere", si coordina ma resta "un gruppo di Stati, con diritto di veto, vulnerabili a essere eliminati uno per uno, il potere richiede invece una federazione".
Incalza, Draghi, in vista del Consiglio europeo sulla competitività del 12 febbraio, dove tornerà sul tavolo pure il rapporto elaborato da Enrico Letta. Sia Draghi, sia Letta, invitati "a unirsi" ai leader per il vertice informale, ha annunciato ieri Costa, presidente del consesso Ue.