Gli azionisti litigano sul "Fatto" in Borsa. Slitta la quotazione

I giornalisti, con un terzo delle quote, non vogliono farsi da parte per l'ingresso di nuovi soci nel cda. Tutto rinviato a febbraio

Gli azionisti litigano sul "Fatto" in Borsa. Slitta la quotazione

L e turbolenze dei mercati finanziari hanno indotto molte imprese a rinviare la quotazione sui listini di Borsa Italiana. Hanno rinunciato a Piazza Affari persino grandi nomi come Sisal (scommesse) e ItaliaOnLine (che edita i portali Libero e Virgilio ). C'è anche una società che, per ora, ha posticipato l'Ipo non perché tema spread e recessione, ma perché i suoi azionisti non si sono messi d'accordo sulla governance , cioè sulle regole da darsi una volta quotati.

Si tratta dell'Editoriale Il Fatto, la società che pubblica Il Fatto Quotidiano e che già da alcuni mesi aveva avviato le pratiche per il collocamento sull'Aim, il listino dedicato alle imprese con bassa capitalizzazione. Era una questione di giorni: gli advisor Integrae Sim, Studio Nctm e Ubi Banca erano prontissimi. Anche gli incontri con i potenziali investitori avevano registrato se non un discreto successo, almeno una grande curiosità.

E poi cos'è accaduto? Gli azionisti non hanno trovato la quadra sul nuovo statuto e così occorrerà attendere almeno febbraio per vedere il direttore Antonio Padellaro e il condirettore Marco Travaglio annoverati anche tra i personaggi della finanza italiana. Occorre ricordare, a questo proposito, che Il Fatto è nato da una partnership tra giornalisti (oltre a Padellaro e Travaglio anche Peter Gomez, Marco Lillo e l'ex magistrato Bruno Tinti sono soci) che hanno il 35% circa e investitori tra i quali l'ad Cinzia Monteverdi, la casa editrice Chiarelettere e l'editore Francesco Aliberti. Attualmente nessun azionista singolo ha più del 16,26%, mentre redattori e investitori hanno titoli di categorie diverse. Una scelta ad hoc per garantire l'indipendenza e la linea politica (antiberlusconiana, ovviamente) da scalate esterne.

Ma quello che funziona in una fase di start up non è detto vada bene anche per quotarsi. In particolare, il cda vede al momento il direttore Padellaro come presidente e i fondatori Travaglio e Gomez come consiglieri in un board a sette elementi. Fondamentalmente, lo «scontro» è una questione di poltrone, ma non in senso politico. La quotazione, infatti, richiede l'apertura del cda e quindi un ridimensionamento delle presenze giornalistiche che nell'organo di governo fungono da «custodi della linea». Alla fine, il compromesso è stato trovato su una bozza di statuto che fisserà nel 15% il tetto massimo per singolo azionista. In questo modo nessuno potrà «comprarsi» il quotidiano.

È chiaro che il titolo potrebbe perdere un po' di appeal , non trattandosi di una società contendibile anche se i bilanci chiudono da sempre in attivo. Non è detto, inoltre, che i desiderata dei soci si avverino. Secondo i rumor di Piazza Affari, Padellaro, Travaglio & C, sperano in una valorizzazione pre-Ipo di 30 milioni cui si aggiungerà un aumento di capitale da circa 5,5 milioni destinato all'offerta, più una tranche da almeno un milione che sarà venduta da Chiarelettere e Aliberti che ne approfitteranno per fare un po' di cash . Non sono cifre esorbitanti: «coprire» 6 milioni non è perciò impossibile con il ricorso a operatori specialisti. Ma il vero sogno di Padellaro & C. è coinvolgere il mercato retail trasformando lettori e abbonati in soci da ringraziare per averli ufficialmente fatti sedere su una poltrona che varrebbe, a quel punto, 10,5 milioni di euro.

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