Il "bazooka" di Putin e Xi: una nuova moneta comune contro sanzioni e Nato

Una valuta comune da utilizzare al posto del dollaro per gli scambi internazionali

Il "bazooka" di Putin e Xi: una nuova moneta comune contro sanzioni e Nato

Una valuta comune da utilizzare al posto del dollaro per gli scambi internazionali. E' il progetto al quale stanno i lavorando i cinque Paesi del gruppo Brics che rifiutano di partecipare alle sanzioni imposte dall'Occidente a Mosca dopo la sua aggressione militare all'Ucraina. Cina, Russia, India, Brasile e Sud Africa, insieme, contano il 40 per cento della popolazione del pianeta e rappresentano quasi un quarto del prodotto interno lordo mondiale. Nella loro visione comune è molto più importante garantirsi vicendevolmente un ampio spazio commerciale garanzia di crescita economica che condividere valori di tipo democratico, i quali includono il rispetto dei confini di un Paese indipendente come l'Ucraina la cui colpa è quella di non accettare le pretese russe di costringerla entro una sua sfera d'influenza.

Tale visione è stata confermata in questi mesi dall'indifferenza rispetto alla sorte del popolo ucraino mostrata dai governi che si sono rifiutati non solo di applicare sanzioni contro Mosca, ma anche di votare all'Onu la mozione che la condannava. Questo fronte va ben oltre il gruppo Brics, e include ad esempio Paesi come il Messico, quasi tutta l'America Latina e parte significativa dell'Asia e dell'Africa. Insomma quote rilevanti del mondo che in Occidente siamo abituati a considerare marginali (anche perché spesso refrattarie ai nostri valori e alla nostra cultura), ma che se unite in un fronte alternativo possono rappresentare una sfida importante.

La valuta cui pensano i Brics, il cui nucleo forte è costituito dall'alleanza (che il presidente cinese Xi Jinping ama definire «ferrea») tra Cina e Russia, dovrebbe essere basata su un «paniere» che comprenda tutte le monete dei Paesi coinvolti ed essere utilizzata in particolare per le riserve di questi Stati. Lo ha detto lo stesso presidente russo Vladimir Putin, intervenendo a un Business Forum del gruppo Brics organizzato dalla Cina. Un intervento, il suo, nel corso del quale ha detto che Mosca sta reindirizzando il suo commercio verso i Brics e da tipico mercantilista qual è - ha sfrontatamente vestito i panni del difensore delle regole internazionali del libero mercato, criticando le sanzioni inflitte dall'Occidente al suo Paese in quanto attacco ai suoi principi fondamentali. Tra questi, Putin ha citato l'inviolabilità della proprietà privata, e sarebbe appena il caso di ricordare i metodi con cui a suo tempo lui e i suoi compagni di cordata del Kgb si sono impadroniti per citare solo il caso più clamoroso dei beni dell'oligarca Mikhail Khodorkovsky.

Si tratta, in fondo, di una tappa del progetto russo-cinese di nuovo ordine mondiale fondato sulla sfida all'egemonia americana ed europea. Il dollaro Usa, universalmente accettato come valuta di scambio, rappresenta anche simbolicamente questa egemonia. È chiaro però che la possibilità per gli Stati Uniti di imporre sanzioni durissime, alle quali la stessa Cina deve giocoforza adeguarsi per evitare danni economici colossali, va ben oltre l'aspetto simbolico. Ed è per questo che Xi è tornato ieri ad attaccare le sanzioni americane, definendole «unilaterali e arbitrarie» e avvertendo che spesso si rivelano un boomerang. Tornando su quello che è un punto cardinale della sua politica internazionale, il presidente cinese ha affermato che queste sanzioni finiscono col danneggiare il mondo intero e ha esortato «i Paesi sviluppati» ad adottare politiche economiche «responsabili» invece di «politicizzare, strumentalizzare e armare l'economia mondiale allo scopo di sfruttare il predomino del loro sistema finanziario e monetario internazionale».

A questo Xi ha aggiunto l'invito (in verità assai ambiguo, visto ciò che punta a costruire con la Russia contro l'Occidente) a superare la politica dei blocchi contrapposti che porta guerre e conflitti. Chiaro il riferimento polemico agli Stati Uniti. Ai quali pure si riferiva quando ha messo in guardia «contro l'espansione di legami militari», ovvero all'ammissione nella Nato di Svezia e Finlandia che ne hanno fatto richiesta.

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