"Bene l'addio ai processi interminabili e sanzioni alle toghe che sbagliano"

Il deputato di Azione promuove la riforma del Guardasigilli: "Il punto debole? Celle piene per l'abuso della custodia cautelare"

"Bene l'addio ai processi interminabili e sanzioni alle toghe che sbagliano"

«Finalmente una riforma degna di questo nome che possa dare una scossa al sistema giudiziario italiano. Che metta in primo piano i cittadini e non i magistrati che indagano e incarcerano le persone, spesso ingiustamente, senza pagare mai per i propri sbagli».

Questo, in sintesi, il giudizio che l'ex viceministro della Giustizia con Renzi, Enrico Costa, ex Forza Italia oggi deputato di Azione, dà alla riforma del ministro Marta Cartabia di cui si sta discutendo in questi giorni.

Onorevole Costa, come giudica la riforma Cartabia?

«Noi avevamo un'impostazione ben precisa che era stata data dalla riforma Spazzacorrotti di Bonafede. Un'impostazione molto giustizialista per quanto riguarda il tempo del processo. Un problema molto serio che secondo noi non rispettava la ragionevole durata del processo. Eravamo di fronte ad un bivio e Bonafede scelse la strada più semplice ovvero quella di scaricare sul cittadino le inefficienze della macchina giudiziaria con una serie di norme molto poco garantiste che sopprimevano la prescrizione e allungavano a dismisura i tempi dei processi. Ebbene, la riforma Cartabia va nella direzione diametralmente opposta e punta, invece, ad abbreviarli».

E allora perché alcuni magistrati sono così contrari?

«I magistrati non sono d'accordo perché puntano sempre sulla deresponsabilizzazione del loro lavoro. Se imponi dei termini ai processi con indicazioni perentorie e giudichi la loro professionalità con illeciti disciplinari, li poni in una condizione di svantaggio».

Di che genere?

«I magistrati non vogliono paletti nel loro lavoro. Sono abituati a non avere termini perentori e sanzioni rispetto a loro eventuali inefficienze. Nella riforma dell'ordinamento giudiziario ci sono anche una serie di meccanismi sanzionatori per chi sbaglia. Questo approccio della Cartabia esprime chiarezza e tempi certi, accompagnati da una serie di misure che rendono la macchina della giustizia più vicina ai bisogni del cittadino».

Faccia un esempio.

«Sul tema dell'esercizio dell'azione penale: abbiamo il problema dei tribunali intasati e 120mila assolti all'anno. Per ogni assolto il processo stesso, che dura 3 o 4 anni, rappresenta già una pena. La ministra Cartabia, invece, vorrebbe il processo solo qualora esista una ragionevole probabilità di condanna. Ciò significa che se un magistrato, una volta, due volte, 10 volte, manda a processo persone che poi vengono sempre assolte, nelle valutazioni della sua professionalità qualcuno dovrà porsi delle domande e analizzare il perché quelle prognosi sono state così sbagliate».

Tra i magistrati c'è chi dice che questa è una riforma scritta da chi non è mai stato in tribunale.

«Chi fa queste affermazioni non si è mai messo nei panni di un cittadino che si è trovato schiacciato nell'ingranaggio della giustizia. Spesso non vengono considerati come persone in carne ed ossa che soffrono le pene dell'inferno. Quella della Cartabia non è una riforma che scarica sul cittadino le inefficienze del sistema e di chi fa simili affermazioni».

I punti deboli della riforma?

«Un punto debole della riforma, se c'è, è genetico. Questa riforma incide sul disegno di legge Bonafede che andrebbe completamente abolito».

Un esempio?

«La custodia cautelare. Il problema del sovraffollamento carcerario: il 30% delle persone in carcere si trova in regime di custodia cautelare e ogni anno vengono arrestate 50mila persone. Il 20% di queste non doveva essere arrestato o perché viene poi assolto».

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