Boccia & Damiano, i sabotatori

Alla Camera fuoco "amico" sul governo. Mentre Boccia disfa la legge di Stabilità, Damiano frena sul Jobs Act

Boccia & Damiano, i sabotatori

Roma - I renziani li chiamano, più o meno apertamente, «sabotatori», ma i diretti interessati se ne infischiano e proseguono imperterriti per la propria strada, determinati a trasformare Montecitorio in un vero e proprio Vietnam per colui che, fino a prova contraria, sarebbe il segretario del loro partito. Si tratta dei presidenti di due commissioni chiave per i progetti del governo, l'ex lettiano Francesco Boccia (Bilancio) e il dalemiano Cesare Damiano (Lavoro).

Il primo sta scombinando tutti i piani di Matteo Renzi relativi alla legge di Stabilità. Prima ha espunto commi decisivi bollandoli come «norme localistiche e ordinamentali» e, pertanto, non attinenti la manovra finanziaria, suscitando le ire del renziano Ernesto Carbone. Sono saltati gli stanziamenti per i lavoratori socialmente utili, ma soprattutto la possibilità per la Rai di cedere alcune controllate oltre agli immobili (erano soldi su cui Palazzo Chigi faceva affidamento). Poi, negli ultimi giorni, ha tagliato circa la metà degli oltre mille emendamenti presentati, alcuni dei quali stavano a cuore al governo come l'aumento della deducibilità Imu sui capannoni delle imprese. «Dovranno farsene una ragione», ironizza un deputato della minoranza Pd. Anche le opposizioni sono sul piede di guerra. «Le auto d'epoca dovranno pagare il bollo e bocciano pure gli emendamenti», si adira Rocco Palese (Fi) promettendo battaglia.

Ci sarà tempo fino agli inizi di dicembre perché Renzi, a Montecitorio, vorrebbe chiudere prima il capitolo Jobs Act. Ma Cesare Damiano e la commissione, stracolma di ex sindacalisti della Cgil come lui, nicchiano fino a quando non sarà messa nero su bianco la possibilità di reintegro per i licenziamenti disciplinari. La segreteria del Pd ancora non ha fatto il primo passo, sebbene dal vicesegretario Deborah Serracchiani e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti siano arrivate timide aperture. Ma per portare a casa la riforma Matteo Renzi dovrà cedere. Solo che, a quel punto, il Jobs Act sarà una fotocopia della legge Fornero senza riformare un bel nulla.

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