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Un brutto messaggio: mano libera nei processi

L'assoluzione di De Pasquale rischia di mandare un messaggio preciso a tutti i pubblici ministeri d'Italia

Un brutto messaggio: mano libera nei processi
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In fondo è giusto così. Se anche la Cassazione lo avesse condannato, Fabio De Pasquale - pm milanese, nel curriculum la medaglia dell'unica condanna di Berlusconi - avrebbe pagato, unico magistrato della storia d'Italia, per aver fatto ciò che fanno abitualmente anche altri suoi colleghi: portare in aula solo le prove che incastrano l'imputato. Le altre, quelle che lo scagionano, non si cercano, non si vedono, non si depositano. Anche se la legge prevede il contrario.

De Pasquale ha avuto la sfortuna di trovare sulla sua strada un collega ancora più cocciuto e in buona fede di lui, Paolo Storari, che ha fatto esplodere il caso. Altrimenti i tanti documenti che dimostravano come Vincenzo Armanna (per De Pasquale, semplicemente "Enzo") non fosse un attendibile testimone d'accusa ma un mestatore e un calunniatore, sarebbero saltati fuori chissà quando. Di storie così ne succedono tutti i giorni, solo che non si vengono a sapere.

Proprio per questo la Cassazione si è assunta, con la decisione di ieri, una responsabilità non da poco. L'assoluzione di De Pasquale rischia di mandare un messaggio preciso a tutti i pubblici ministeri d'Italia: fate come De Pasquale. Si può. Selezionate voi cosa far conoscere ai difensori e cosa no. Siete pubblici ministeri, investiti della missione di proteggere la collettività dai criminali, e ogni condizione posta alla vostra azione è un attentato alla vostra autonomia. La gran parte dei pm è costituita da persone serie, e di questa licenza, di questa libertà di manovra concessa (senza volerlo, probabilmente, senza rendersene conto) dalla Suprema Corte non sapranno che fare, e continueranno a compiere il loro dovere. Ma gli altri? "Il guaio di certi miei colleghi - raccontava proprio ieri un sostituto procuratore milanese - è che vogliono vincere i processi. Vivono il loro lavoro come una sfida".

E lì, nella certezza incrollabile delle proprie ragioni, nel dedicare tutto se stesso a un solo imputato e a un solo processo, che Fabio De Pasquale è inciampato nella storia dei verbali che inguaiavano il suo teste di fiducia. Il tribunale non ha mai saputo, prima della sentenza, che quei verbali esistessero. A tutti i De Pasquale d'Italia ieri la Cassazione dice: bravi, continuate così.

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