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Calenda ha una strategia: il conflitto permanente con chiunque

Da Fdi ai dirigenti locali di Azione, passando per l'economista Boldrin: il leader litiga con tutti

Calenda ha una strategia: il conflitto permanente con chiunque
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Carlo Calenda non tratta: litiga. È una dote specifica del leader di Azione. La zuffa, specie social, come regola aurea. Succede con Fratelli d'Italia in Piemonte, dove l'ex ministro dello Sviluppo economico si scaglia contro Maurizio Marrone, nominato vicepresidente regionale dopo le dimissioni di Elena Chiorino. "Chiedo formalmente ad Antonio Tajani e ad Alberto Cirio di non accettare questa vergogna e di intervenire subito", attacca il leader del "pariolinismo", per citare Luigi Mascheroni. È "filorusso", accusa il senatore. Poi il rilancio: "La nomina di un filo putiniano, con una pessima storia di viaggi in Donbass e apertura di finti consolati, a vice presidente della regione Piemonte è di una gravità assoluta". Ma nella maggioranza che regge il presidente Alberto Cirio siede anche un consigliere regionale di Azione, Sergio Bartoli. Ed è normale che più di qualcuno rimanga spiazzato.

Sgomita Calenda, un po' di qua e un po' di là, sperando che quel 3% resti intatto e abbia un'appetibilità massima per le Politiche. È una peculiarità, questa del bisticcio, che Calenda non ha mai nascosto: va ammesso. Come nell'episodio del baciamano di Enrico Letta a Emma Bonino nell'agosto del 2008: fu un finimondo liberal-democratico. Il fondatore di Azione, fulmineo, mollò la vecchia alleanza post-radicale e si imbarcò nell'avventura terzopolista. Sì, quella con Renzi, finita in un niente di fatto a causa di un attacco di hybris dell'ex premier: una Leopolda tutta renziana. Calenda la considerò una provocazione inaccettabile. E così addio anche al Terzo polo, nonostante i 21 deputati e gli 11 senatori eletti. E con buona pace dei più di due milioni di voti raccolti. Per le amministrative di maggio, il segretario di Azione ne fa una giusta, anzi giustissima: sostiene Simone Venturini, candidato del centrodestra, a sindaco di Venezia. Ma prima di ogni tattica e strategia, viene il calendismo. Così l'ex ministro rimuove il simbolo di Azione dalla coalizione e quasi-quasi dà la colpa della scelta ai dirigenti locali: "I due bravissimi under 30 che abbiamo lì hanno avuto totale libertà". Poi litiga, in assoluta coerenza stilistica, con l'economista Michele Boldrin, candidato a sindaco della città lagunare con la sigla libdem "Ora".

La sua zona, nello scacchiere politico, è una sorta di massimalismo moderato pronto alla baruffa. Bisticcia Calenda, e si vede che gli piace, perché tante altre spiegazioni non ce ne sono. E il sospetto è che abbia, da un bel pezzo, litigato pure con la politica.

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