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La Camera vuole punire i deputati trasformisti

Dalla prossima legislatura tagli di fondi e incarichi per chi lascia il partito con cui è stato eletto

La Camera vuole punire i deputati trasformisti
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Cambiare partito o gruppo parlamentare non sarà più una scelta senza conseguenze. Dalla prossima legislatura, il deputato che lascia il proprio gruppo porterà con sé solo metà delle risorse economiche assegnate: l'altra metà resterà al gruppo di origine. È la stretta anti-trasformismo contenuta nella riforma del regolamento della Camera appena approvata dall'Aula, un intervento che riscrive 73 articoli e punta anche a colpire uno dei fenomeni più controversi della vita parlamentare, i cambi di casacca.

Il testo, varato con 249 voti favorevoli, 33 astenuti e nessun contrario rappresenta la modifica più ampia dal 1997. La norma anti-trasformismo dimezza i contributi economici che seguono il deputato in caso di passaggio a un altro gruppo parlamentare. Oggi una quota del finanziamento assegnato ai gruppi proporzionale al numero degli iscritti si trasferisce integralmente con il parlamentare che cambia schieramento. Con la riforma, invece, solo il 50% di quella quota andrà al nuovo gruppo. Una misura pensata per disincentivare il fenomeno dei "transfughi", che negli anni ha inciso sugli equilibri parlamentari e alimentato diffidenza nell'elettorato. La penalizzazione non scatterà nel caso di una scissione politica che coinvolga almeno sette deputati.

Altro pilastro della riforma è l'inserimento formale del Codice di condotta nel regolamento della Camera, come spiegato in una conferenza stampa dai relatori Federico Fornaro (Pd), Igor Iezzi (Lega) e Angelo Rossi (FdI). Non più atto sperimentale, ma norma cogente: i deputati dovranno dichiarare le proprie attività patrimoniali e finanziarie, indicare le liberalità ricevute oltre i 5mila euro annui e non potranno accettare doni o benefici superiori a 250 euro. Viene così rafforzato il principio secondo cui gli eletti agiscono con disciplina e onore, nel rispetto di criteri di integrità, trasparenza e responsabilità.

La revisione tocca poi l'organizzazione dei lavori parlamentari. Con il "voto a data certa", su richiesta del governo, per determinati provvedimenti sarà fissato in anticipo il giorno del voto finale, con l'obiettivo di rendere più prevedibili i tempi dell'iter legislativo. Contestualmente viene rafforzato lo "statuto delle opposizioni": le proposte delle minoranze non potranno essere rinviate in commissione più di due volte e avranno diritto alla discussione in Aula.

Interventi anche sulla disciplina degli emendamenti: stop agli "emendamenti misteriosi", che dovranno essere accompagnati da una relazione illustrativa, e regole più stringenti per le modifiche presentate fuori termine da governo e relatori.

Secondo il presidente della Camera Lorenzo Fontana si tratta di "una riforma storica" che richiama simbolicamente l'ottantesimo anniversario dell'Assemblea costituente, in particolare per il metodo condiviso seguito in Aula, "una prova di maturità" del Parlamento.

Non una manutenzione ordinaria, dunque, ma un intervento strutturale sulle regole del gioco parlamentare, destinato nelle intenzioni dei promotori a disincentivare il ricorso alla decretazione d'urgenza e a incidere a lungo sul funzionamento di Montecitorio.

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