"Li conoscevo perché questo è un paese piccolo e ci conosciamo tutti, ma non sapevo quello che sarebbero andati a fare con la mia macchina", dice al Giornale Carmine Colucci, il titolare dell'agenzia di noleggio di Baiano da cui la banda di Avellino ha preso la Fiat 500 X usata per andare a piazzare la bomba fuori dalla casa di Sigfrido Ranucci a Pomezia, il 16 ottobre scorso. Colucci, che nelle intercettazioni gli indagati chiamavano anche "Garibaldi", è stato un testimone chiave per risalire a chi aveva noleggiato la vettura.
I carabinieri si sono presentati nei suoi uffici il 13 febbraio alla ricerca del contratto di noleggio, che lui ha portato in caserma solo dopo diverse ore dicendo ciò che sapeva. Uno dei membri della banda, una volta saputo che Colucci aveva parlato con i militari, è entrato in uno stato di forte agitazione. "Domani lo dobbiamo andare a prendere", diceva Antonio Passariello, finito in carcere due settimane fa insieme a suo figlio biologico, Pellegrino D'Avino - amico del tuttofare camerunense di Valter Lavitola - e Saverio Mutone. "Questo mi ha inguaiato", ripeteva ancora. "Io ora mi devo sedere a tavola con questo qua. Perché se è così uccido prima a lui e poi a quello là inc".
Per gli investigatori Passariello sarebbe stato "intenzionato a fare del male a Colucci" o ad arrivare a un "chiarimento". Il gruppo avrebbe cercato di intimidirlo forse perché era in "possesso di ulteriori importanti informazioni", scrivono i pm, che non andavano rivelate.
"Io conoscevo Pellegrino dall'infanzia, ma non avevo rapporti con suo padre Passariello", si giustifica Colucci con il Giornale. Però, come emerge dalle intercettazioni, sapeva che erano personaggi dediti al traffico di droga. Allora perché non si è rifiutato di noleggiare loro la macchina? "È complicato da spiegare". Poteva dirgli di no? "È complicato", ripete. Lo ha fatto per evitare problemi? "Sì". L'intestataria del noleggio era formalmente la figlia della compagna di Passariello, che si è presentata a ritirare l'auto con lui: "Ma io non sapevo che poi sarebbe finita nelle sue mani", precisa Colucci. Eppure, non sarebbe stata la prima volta. Intercettato, Colucci parlava così di soggetti collegati a Passariello: "Venivano qua e si prendevano la macchina con i documenti di un bravo cristiano".
Si dice convinto che in questa storia "la camorra non c'entra assolutamente niente, non si metterebbero mai i riflettori addosso con una cosa del genere". Non ha paura adesso? "No, perché io sto dalla parte del bene e Dio mi protegge e quelli sono dove devono stare". Intanto i pm vogliono accertare quante volte Lavitola sia stato nella redazione di Report e perché. Il factotum del faccendiere, Gomes Clesio Tavares, ribadisce al Giornale che tornerà in Italia "ma non posso dirvi il giorno". Ha paura di essere arrestato? "No, perché non ho fatto niente".
In un video sui social Massimo Giletti parla di una pista che porterebbe al coinvolgimento di un altro personaggio noto, "un frequentatore" del
ristorante di Lavitola che ora sarebbe "preoccupatissimo". E rilancia i dubbi su un tale "Corrado" citato nelle intercettazioni. Un'identità reale o uno pseudonimo? "Io non conosco nessun Corrado", dice Clesio Tavares al Giornale.
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