Il campo profughi di Rosarno un macello pagato dallo Stato

Carcasse di animali, sporcizia e prostituzione. Così vivono 800 persone. Anche nelle tende del Viminale

Il campo profughi di Rosarno un macello pagato dallo Stato

Piana di Rosarno, terra di nessuno, dimenticata anche da Dio. Da dieci anni, al limite della zona industriale, c'è un campo profughi la cui situazione igienica non si ricorda neanche nel famoso campo «Choucha», che a inizio 2011 l'Unchr aveva realizzato a Ras Jadir, terra di confine tra Libia e Tunisia, al tempo della morte di Gheddafi.

Già all'ingresso, scendendo dall'auto, ti arriva dritto alle narici un odore acre di sangue fresco e cadavere in putrefazione che è difficile da descrivere. Gli ospiti del campo ci guardano con sospetto. «Chi siete?», ci chiedono. «Amici», rispondiamo senza entrare nel dettaglio. Una distesa di tende si apre davanti a noi. «Mi chiamo Ibrahim - prosegue il giovane - ho 26 anni e vengo dalla Guinea. Sono qui da un anno e mezzo. Andarmene? E dove vado? Non ci ho neanche mai pensato». Sa tanto di vita dei miserabili, costretti a un'esistenza al limite della decenza pur di stare in un Paese in cui non si muore di fame. «Ma se devi vivere così non era meglio stare a casa tua?», gli chiediamo poi. Alza le spalle e risponde: «Almeno qui lavoro. Al nero, ovvio. Raccolgo mandarini verdi, quelli per le spremute. Mi danno un euro a cassetta e ne faccio 20-25 al giorno. Di più non riesco, perché si devono raccogliere piano o ci si fa male alle mani».

Nel campo ci sono circa 800 migranti, così ci raccontano i poliziotti che ogni tanto vanno a fare servizio d'ordine a Rosarno. «C'è stata qualche rissa - ci spiegano - e se vi ricordate è morto un migrante che ha tentato di accoltellare un carabiniere». Più avanti si vende il pane, che è pieno di mosche, le stesse che svolazzano ovunque. Di fronte una specie di negozio di scarpe. «Le troviamo nel cassonetto dei rifiuti - spiegano - e le vendiamo qui». Ci colpisce un capannello di persone. Ci avviciniamo e subito l'odore acre di sangue si fa più forte. Hanno appena sgozzato una capra, che appare di fronte a noi squartata e appesa. Le frattaglie sono messe in bella vista su un bancone improvvisato di plastica sporca. Accanto un'altra capra, magra come se stesse per morire di stenti e più vicino altre due. Le guardi negli occhi e sembra che ti parlino. Anche loro paiono chiedere aiuto, forse consce del destino che le aspetta. Una si muove, scappa. Si porta via il legno che ha legato con una corda alla zampa e se lo trascina dietro. Un profugo la rincorre e la riporta al suo posto.

Nei bagni, poco più in là, non abbiamo neanche provato a entrare, visto il cattivo odore che vi proviene. In compenso la «cucina» all'aperto pare un barbecue afghano. Ci sono polli gialli come i tuorli dell'uovo con ancora attaccate le piume. La provenienza è dubbia, ma ciò che è certo è che sono appoggiati su un telo sul quale un essere umano con un minimo di buonsenso non poggerebbe neanche una spazzola. E poi ci sono le tende, molte delle quali realizzate con materiali di fortuna, molte altre che riportano la scritta «ministero dell'Interno».

Un poliziotto ci assicura che «qui non c'è spaccio». «Non hanno neanche i soldi per mangiare, figuriamoci per drogarsi. Però la prostituzione è molto frequente e ciò che è peggio è che qui vivono anche bambini». Appena usciamo vediamo un'auto di Emergency, appena arrivata e ci accorgiamo che c'è un mediatore culturale, che ha in mano alcuni fogli. Sono i moduli per la richiesta di permesso di soggiorno.

Nei giorni scorsi a Rosarno ha fatto visita anche il segretario del Sap (sindacato autonomo di polizia), Gianni Tonelli. «È indegno quello che ho visto - spiega - e mi stupisco del fatto che non sia ancora stato smantellato. Credo che vi sia una responsabilità grossissima delle istituzioni. Ho visto tantissime tende del ministero dell'Intero e questo mi ha indignato perché di fatto si collabora al perpetrarsi della vergogna. Si riempiono tutti la bocca di antimafia e poi - conclude - in questa terra di Calabria negli ultimi anni sono venuti meno dai 1.500 ai 1.700 uomini nelle forze dell'ordine di cui 700 solo a Reggio Calabria».

Prima di andare via ci voltiamo. Un extracomunitario, nascosto tra i rifiuti, ci sta fotografando col telefonino. «Voi avete fotografato me, ora io fotografo voi». In Africa si dice che chi ti fotografa ti ruba l'anima. Una leggenda che in Italia vale il doppio, perché a Rosarno, di anime strappate alla vita, ce ne sono fin troppe.

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