Caos M5S: archiviato il capo. Al Senato la fronda traballa

Col voto sul nuovo direttorio, la Lezzi attacca Crimi: non parla più a nome del partito. Ma Grillo la zittisce

Caos M5S: archiviato il capo. Al Senato la fronda traballa

Al Senato, qualche ora prima dell'inizio delle dichiarazioni di voto, la soluzione magica per il M5s è ancora quella che i parlamentari chiamano «la febbre gialla». Ovvero le assenze dall'Aula al momento della votazione sulla fiducia a Mario Draghi. Un senatore influente profetizza: «La situazione è davvero in evoluzione continua, ma i voti che mancheranno saranno più di dieci e meno di venti». Alla fine della seconda chiama i No sono quattordici, al netto di assenze e astenuti. Parlano in dissenso dal gruppo Virginia La Mura,Bianca Granato, Luisa Angrisani, Elio Lannutti, Mattia Crucioli e Fabio Di Micco. Votano contro anche Matteo Mantero, Vilma Moronese, Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, Barbara Lezzi, Fabrizio Ortis, Rosa Silvana Abate, Silvana Giannuzzi, Cataldo Mininno. Per Granato si tratta di un governo «nato da congiure di Palazzo». Per Crucioli è un «dovere opporsi alla visione di società di Draghi». Gli interventi in dissenso sono durissimi. Ma è comunque un risultato abbastanza soddisfacente dal punto di vista dello stato maggiore. Sono simili le cifre snocciolate dai bookmakers di Montecitorio, in attesa del voto di oggi. «Anche qui ne mancheranno quindici più o meno, ma noi siamo il doppio», precisa un deputato. In mattinata Mattia Crucioli, uno dei leader della fronda al Senato, conferma al Giornale il suo no granitico: «I no direi che saranno meno di dieci, io voto no». Intanto è già cominciata la lotta per entrare nel direttorio. Con l'ostruzionismo della senatrice Barbara Lezzi. Nel giorno in cui il M5s archivia la figura del capo politico, Lezzi comincia a mettere le mani avanti. «Dobbiamo tutti ringraziare Vito Crimi per il lavoro svolto - scrive Lezzi su Facebook - ma, da oggi, non può più decidere nulla in nome e per conto del M5s». La paura è che il messaggio sia una minaccia di cause legali in caso di espulsioni per chi non ha votato sì. Ma anche un tentativo di forzare la mano per entrare nel nuovo direttorio. Crimi in serata precisa di aver sentito Beppe Grillo e di essere ancora in carica fino a quando sarà insediato l'organismo. Il reggente pubblica anche un messaggio di Grillo che gli conferma la validità della reggenza, smentendo la Lezzi. Alessandro Di Battista rivendica la sua uscita dal M5s: «Oppormi a questo governo e dunque prendere le distanze dal Movimento che ha deciso di sostenerlo è stata per me una decisione naturale». Danilo Toninelli dice di votare sì nonostante il suo No su Rousseau. Ettore Licheri, capogruppo al Senato, dice: «Il nostro sì non sarà mai un sì incondizionato, sarà un si vigile, un sì guardingo, lei non dia mai per scontato il nostro sì, perché noi le romperemo le scatole». Nel finale c'è spazio per un intervento strambo dell'ex grillino Lello Ciampolillo, che non vota la fiducia.

In una delle giornate più complicate per il M5s, riscoppia il caso-Raggi. La sindaca di Roma in mattinata fiuta l'aria e lancia la bomba. «È il momento che la base M5S si esprima sulla mia candidatura a Roma - scrive Virginia Raggi - Basta ambiguità e giochi di palazzo». L'anno scorso Raggi aveva annunciato la sua ricandidatura, in barba alle tentazioni giallorosse del gruppo dirigente nazionale. Tentazioni tornate alla ribalta dopo la creazione dell'intergruppo Pd-M5s-LeU. «Se qualcuno ha altri piani sulla città, lo dica apertamente», scrive Raggi chiamando in causa Di Maio e Zingaretti, che hanno già pronto il nome del ministro uscente dell'Economia Gualtieri.