I proclami si sono affievoliti in poche settimane. E quell'immaginaria ondata rossa che avrebbe dovuto sfrattare il governo Meloni si è infranta sullo scoglio del nulla di fatto. È incredibile come l'opposizione, in neppure due mesi, sia riuscita nel capolavoro di bruciare l'effimero consenso che aveva portato il fronte del No alla vittoria nel referendum sulla giustizia. La sera del 23 marzo i leader del campo largo - sempre virtuale - si erano posti come i catalizzatori dell'Italia stanca del centrodestra. In neppure due mesi, hanno compiuto addirittura qualche passo all'indietro. Ricapitoliamo: il candidato premier dell'opposizione che sfiderà la Meloni non è stato individuato; i sondaggi elettorali non rilevano aria di ribaltone, se non la presenza nuova di Vannacci che certamente non si schiererà a sinistra; il governo ha archiviato senza sussulti i casi Santanché-Delmastro-Bartolozzi, presentati come il preludio di un'implosione irreversibile. Le porte girevoli hanno ruotato talmente rapidamente da fermarsi, a ritroso, il 21 marzo. Non è difficile giungere a una conclusione. La sinistra trova un punto di sintesi solo nelle ammucchiate contro la premier dove si stratifica di tutto. I radicalismi di Schlein, le giravolte di Conte, i risentimenti di Renzi, gli estremismi di Landini, il furore di pro Pal e antagonisti che cercano pseudo appigli politici per incendiare le piazze. Poi quando si arriva ai ragionamenti su alleanze e programmi, riecco le solite divergenze incolmabili. Sulla sicurezza, poi, la sensibilità prevalente è quella di un estremista ideologizzato che prova più comprensione nei confronti del folle di Modena che nei pacchetti sicurezza del governo.
È difficile credere che questo sia il profilo dell'elettore medio di sinistra, che Schlein e compagni considerano disposto a rinunciare alle proprie tutele di cittadino, pur di assecondare le ragioni di ceffi e violenti. Siano italiani di prima o seconda generazione.