Carceri ancora in rivolta: 3 morti per overdose a Rieti

Arrestati gli evasi, alta tensione nei penitenziari italiani: già 12 vittime. Bonafede non fa concessioni

Una carneficina a due cifre: 12 morti. E poi rivolte e un'evasione spettacolare a Foggia. Le carceri italiane bruciano e l'effetto domino è devastante: da Bologna a Siracusa è un susseguirsi di ammutinamenti, violenze e disperazione. Almeno 27 gli istituti coinvolti in questo risiko di terrore e caos che fa scricchiolare il sistema penitenziario da una parte all'altra del Paese. Numerosi e senza precedenti gli episodi di una gravità inaudita: a scatenare il pandemonio c'è la decisione di sospendere i colloqui con i familiari causa Coronavirus fino al 22 marzo.

In breve la situazione degenera e sfugge di mano un po' ovunque: a Modena la vicenda più drammatica, con una contabilità terrificante aggiornata ora per ora: tre, cinque, sette, infine nove morti. Tutti, a quanto sembra, di overdose, dopo aver saccheggiato l'infermeria e ingerito dosi letali di metadone. Qualcosa di simile accade a Rieti e anche qui finisce in tragedia: tre i morti da metadone. Un bilancio spaventoso che racconta pero solo un pezzo di quel che è accaduto nell'arco di tre giorni: i disordini a Bari e nel supercarcere di Trani, i detenuti sul tetto di San Vittore e i raid vandalici a Bologna. Strutture blindate apparentemente inespugnabili vengono conquistate con disarmante facilità fra incendi e sequestri di agenti.

A Melfi, in Basilicata, nove persone restano ostaggio dei detenuti per dieci interminabili ore. A Opera, dove è rinchiuso il gotha di Cosa nostra, il comandante della Penitenziaria fiuta il clima pessimo, schiera 500 uomini e previene la fiammata.

A Foggia invece lunedì mattina viene portata a termine una fuga di gruppo che ha dell'incredibile: scappa un plotone intero di delinquenti, settantasette; i galeotti conoscono anche il percorso da seguire fino all'ultimo cancello, il più facile da abbattere nel sistema fortificato della prigione. Il blitz ha successo: i fuggiaschi si sparpagliano nel vicino Villaggio degli artigiani, poi rapinano auto e furgoni, tentando un'ulteriore fuga. Molti vengono ripresi rapidamente in una gigantesca caccia all'uomo, ma a distanza di 36 ore sono ancora diciannove quelli ancora latitanti e fra di loro c'è l'autore di un femminicidio mentre si arrendono nel pomeriggio due dei tre esponenti, sia pure di seconda linea, della mafia garganica che mancavano all'appello. Una disfatta senza precedenti che dovrebbe far arrossire lo Stato e aprire un dibattito serrato sulla conduzione del ministero della Giustizia, ma nel clima di emergenza e con il Parlamento semichiuso da virus le critiche rischiano di finire in un angolo.

Ci si interroga intanto sulle dinamiche degli eventi avvenuti con una simultaneità più che sospetta. D'accordo, tutto è cominciato per quelle visite negate, ma una furia così cieca non può essere spiegata solo in questo modo.

E le grida scandite dai rivoltosi fanno riflettere: «Liberi, liberi, indulto, indulto».

Molti detenuti avevano maturato la convinzione che fosse nell'aria un provvedimento di clemenza, sollecitato dalla cultura radicale. L'illusione si è scontrata con una realtà di segno contrario e i tumulti hanno trovato ulteriore carburante nelle voci incontrollabili sull'evoluzione dell'epidemia e nella tensione accumulata: da sempre i detenuti devono fare i conti con la piaga del sovraffollamento. Questa miscela esplosiva dev' essere stata sfruttata dalla grande criminalità la cui mano s' intravede dietro la sequenza agghiacciante di roghi e lutti. Non ci sono evidenze, ma la sensazione degli esperti è che i boss abbiano soffiato sul fuoco. E per questo vengono aperti fascicoli a Milano e Trani.

Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, pur traballante nel marasma feroce e selvaggio, sposa la linea dura: no a concessioni e provvedimenti di clemenza. Oggi pomeriggio riferirà su questo scenario sudamericano in un'aula del Senato che si annuncia semideserta.

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