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Carrello della spesa +11%. E l'occupazione tira il freno

L'inflazione tocca quota 8,9%. Si torna ai livelli del 1983. Prometeia e S&P tagliano le stime sul Pil

Carrello della spesa +11%. E l'occupazione tira il freno

Sempre più leggero da spingere, sempre più pesante alla cassa. È l'apparente paradosso del «carrello della spesa». Il prezzo dei generi di prima necessità, quelli a cui si rinuncia se proprio non ce la si fa col portafoglio, sono schizzati in settembre all'11,1% su base annua. Non accadeva dal 1983. Un amarcord amaro. Salita all'8,9% il mese scorso a causa di un aumento mensile dello 0,3%, l'inflazione sta bucando le tasche degli italiani e continuerà anche nei prossimi mesi la sua opera distruttiva del potere d'acquisto. Gli esperti mettono già le mani avanti: la parte «core» del paniere, cioè quelle che esclude i capitoli di spesa più volatili come energia e alimentari, è sotto crescente stress ed è destinata a surriscaldarsi, a dimostrazione di come la febbre da rincari si stia ormai estesa a tutta la filiera dei prezzi. Anche se, pur rallentando di poco, continuano a crescere in misura molto ampia quelli energetici (da +44,9% a +44,5%). Ma sono gli aumenti di pane, pasta, frutta e verdura a colpire soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Con il rischio di allungare la fila degli oltre 2,6 milioni di italiani costretti - ricorda Coldiretti - a chiedere aiuto per mangiare.

L'autunno sta portando aria di tempesta e rivelato come gli aiuti del governo, non sostenuti da interventi a livello comunitario soprattutto sui prezzi del gas, non siano in grado di mitigare un fenomeno di cui soffre l'intera eurozona, dove il carovita ha toccato il picco storico del 10%. Il fatto che la media sia superiore a quella italiana è di magra consolazione. Un livello così elevato di inflazione indurrà la Bce a mantenere una postura aggressiva nella riunione di giovedì prossimo, anche alla luce di un mercato del lavoro che si mantiene resiliente (6,6% il tasso di disoccupazione in agosto, invariato rispetto a luglio). Improbabile che l'istituto guidato da Christine Lagarde defletta dall'intenzione di dare ai tassi un'altra stretta di tre quarti di punto solo perché dall'Italia arriva qualche segnale di cedimento, visto che gli occupati sono stati il mese scorso 74mila in meno e gli inattivi sono cresciuti di 91mila unità. Sola nota positiva, il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 i i 24 anni, sceso di 1,9 su luglio e di 6,3 punti su agosto 2021 punti al 21,2%, il livello più basso visto da luglio 2008.

Del resto, a Francoforte l'obiettivo primario è quello di domare il carovita. Ed è per questo motivo che la banca centrale vede con preoccupazione aumenti indiscriminati della spesa pubblica per arginare il caro-prezzi, chiedendo misure temporanee a basso impatto sull'indebitamento. Un monito rivolto soprattutto ai Paesi finanziariamente esposti come il nostro, su cui pende anche il giudizio delle agenzie di rating. Ieri, al momento di andare in stampa, Moody's non aveva ancora emesso il proprio verdetto sull'Italia. Le previsioni indicano come improbabile un taglio del giudizio di merito (attualmente è Baa3 con outlook negativo) che farebbe scivolare il debito italiano a «junk» («spazzatura») con la perdita del «bollino di affidabilità», il cosiddetto «investment grade».

Una Bce in modalità falco accresce ovviamente le probabilità di una recessione severa e prolungata. Confcommercio già teme «un ridimensionamento della domanda delle famiglie, e di conseguenza del Pil nella parte finale del 2022». E se Prometeia ha drasticamente tagliato le previsioni di crescita dell'Italia per il prossimo anno dall'1,9% allo 0,1%, Standard&Poor's ha messo in conto una contrazione economica dello 0,1%. Le preoccupazioni di S&P si estendono a livello globale. Soprattutto sul fronte delle imprese, dove è atteso un aumento dei downgrade, in particolare tra gli emittenti che operano nei settori dei beni di consumo, della vendita al dettaglio e dell'automotive, e un raddoppio dei default che, dai minimi storici attuali, dovrebbero superare il 3% entro la metà del 2023.

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