Il caso Siri non si chiude. Si allontana l'accordo sull'autosospensione

Conte non convince Salvini a mollare il suo uomo e fa melina. Slitta l'incontro «urgente»

Il caso Siri non si chiude. Si allontana l'accordo sull'autosospensione

Crisi identitarie. A Palazzo Chigi siede un tale che pensa di essere il premier (non solo: avvocato del popolo, arbitro e dio solo sa cos'altro). Ma non sempre le personalità multiple di Giuseppe Conte trovano soddisfazione. Specie quando, avventatezza o inesperienza che sia, si lancia in imprese pari alle proprie ambizioni.

Così accade con il delicato «caso Siri», che investe il pessimo stato dei rapporti tra i due vicepremier di maggioranza e, più in generale, i profili dei gialli e dei verdi di qui alle Europee e oltre. Conte ne aveva dedotto che alla permanenza di Siri nella compagine del governo fossero legate le sorti dello stesso e che, quindi, prima si fosse cavato il dente e meglio era per tutti. Un calcolo che partiva da un presupposto errato: che il suo decisionismo, accompagnato dalle pressioni grilline di questi giorni sui rapporti Lega-mafia, potessero alla fine indurre Matteo Salvini a sacrificare il sottosegretario ai Trasporti (che si sarebbe autosospeso per «spirito di responsabilità»). Mai «scollare», però, la pelle dell'orso prima d'averlo ucciso. Ecco perciò il premier confermare che l'avrebbe visto appena tornato dalla Cina («Confido di poterlo vedere subito, anche se non ho ancora fissato l'incontro»), ed essere immediatamente smentito dalle solite «non meglio precisate fonti» di Palazzo Chigi (al secolo: Rocco Casalino). Il quale consultatosi in fretta e furia con il «capo», Luigi Di Maio, ha dedotto a sua volta che l'accordo per trovare una soluzione condivisa era appena saltato (probabilmente per le indelicatezze, anche verbali, usate dallo stesso premier). E che da un incontro sarebbe uscito l'ennesimo pasticcio. «Il presidente Conte rientrerà da Pechino domenica notte e martedì ripartirà per la Tunisia. È molto probabile dunque che l'incontro con il sottosegretario Siri non avvenga lunedì ma nei giorni successivi», recitava la nota ufficiale.

Sconfessione che se non aggiungeva nulla di nuovo sul peso del premier, confermava però il clima nient'affatto collaborativo tra Di Maio e Salvini. Quest'ultimo, in un'intervista alla Stampa, non aveva mancato di criticare il premier e confermare la linea del Piave, pur smentendo ripercussioni sul governo. «Non mi basta certo un pezzo di intercettazione estrapolato da un verbale per dire che Siri ha delle responsabilità in questa storia. Me lo deve dire un giudice. Non i giornali.... Conte faceva l'avvocato, non il giudice... Né io e lui ci perdiamo il sonno, ma stanno trattando Siri come il mostro di Firenze, quando nei suoi confronti non esiste un solo atto concreto. Se Conte me ne presenta uno sono disposto a discuterne».

Alla posizione salviniana, che per tutta la giornata ribadiva il suo «voler parlare solo di vita reale», faceva da contraltare un Di Maio sul piede di guerra: «La questione Siri non può essere snobbata... non si può cedere. Gianroberto (Casaleggio, ndr) diceva che quando c'è un dubbio, non c'è nessun dubbio, soprattutto quando ci sono di mezzo la mafia e la corruzione... Ho fiducia nel ruolo di Conte e ci aspettiamo delle novità, non possiamo pensare che Siri resti al suo posto. Spero di rivederci il prima possibile con la Lega e con Salvini: non è un tema personale, ma un tema che sta nel Dna del movimento, la lotta alla mafia...». Ma più tardi la frecciatina personale a Siri non mancava: «Serve una legge sul conflitto di interessi in Italia: se sei alle Infrastrutture non maneggi le cose dell'eolico...».

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