La cattiva coscienza delle Camere

Sergio Mattarella a Montecitorio si è trovato dinanzi ai suoi grandi elettori nelle stesse condizioni di Giorgio Napolitano non appena accettato il bis.

La cattiva coscienza delle Camere

Ieri Sergio Mattarella a Montecitorio si è trovato dinanzi ai suoi grandi elettori nelle stesse condizioni di Giorgio Napolitano non appena accettato il bis. Ma ognuno ha la propria personalità e il proprio stile. Di qui comportamenti se non diametralmente opposti, di sicuro diversi. Nella seduta del Parlamento del 22 aprile 2013 Napolitano ha accenti degni di un Giovanni Gronchi. Così enfatizza la fiducia e l'affetto che ha visto in quegli anni crescere verso di lui e verso l'istituzione. Al pari di Mattarella, anche il suo predecessore non prevedeva di tornare nell'aula di Montecitorio per pronunciare un nuovo giuramento. E non ha difficoltà a riconoscere che la non rielezione al termine del settennato è l'alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale.

Ma poi Napolitano si arma di un nodoso bastone e non ha pietà per nessuno. Denuncia, con accenti degni di un Sandro Pertini, l'inconcludenza e l'impotenza di un'intera classe politica. Così come mette il dito sulla piaga delle omissioni e dei guasti, delle chiusure e delle irresponsabilità. La cosa stupefacente è che più lui picchia duro, più è sommerso dagli applausi. Una scena sadomasochistica in piena regola. Come se le paternali di Napolitano non riguardassero proprio loro.

Mattarella no, anziché il bastone ha usato la carota. Più che prendere di petto l'uditorio in malo modo, cose che non sono da lui, ha preferito mettersi sulla stessa lunghezza d'onda delle dichiarazioni programmatiche dei presidenti del Consiglio, considerate da Giovanni Malagodi niente più che brevi considerazioni sull'universo. In effetti, di cose Mattarella ne ha dette tante. Si è fatto portatore di quell'indirizzo politico costituzionale del quale era solito parlare un giurista del valore di Paolo Barile. Musica per le orecchie degli astanti.

È arcinoto che Mattarella, per usare termini scolastici, rende meglio nello scritto che nell'orale. È tutt'altro che un fine dicitore. Ma pochi sanno comunicare con i silenzi come lui. Quegli scatoloni pronti a partire. Quelle cose care prese dalla casa di Palermo. Quell'affitto dell'abitazione nei pressi di Piazza Ungheria. Quei commiati che non finivano mai. Tutti silenzi cantatori. Come quelli dinanzi all'Altare della Patria e fianco a fianco del suo omologo sloveno davanti alla foiba di Basovizza. Eppure, ieri a Montecitorio è accaduta una cosa straordinaria. Il capo dello Stato è stato subissato dagli applausi qualsiasi cosa dicesse. La verità è che gli applausi non erano tanto per le sue parole ma per lui, la leopardiana quiete dopo la tempesta dei giorni scorsi.

Un tifo da stadio. Applausi scroscianti. Standing ovation a ripetizione. Applausi liberatori. Segno diciamocela tutta di cattiva coscienza.

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