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Ciò che conta è eliminare la minaccia, non il "dopo"

La tradizione Usa non dà peso a stabilità e ordine

Ciò che conta è eliminare la minaccia, non il "dopo"
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Una parte rilevante della politica estera statunitense di questi giorni si comprende solo collocandola in una tradizione politica che attribuisce valore primario alla distruzione del nemico piuttosto che alla stabilità dell'ordine internazionale. Questa tradizione, spesso definita jacksoniana dal nome del settimo presidente degli Stati Uniti, non rappresenta una deviazione isolata, ma una componente strutturale e identitaria della cultura politica americana, radicata in un genuino senso di onore e autodifesa popolare.

In tale prospettiva, la stabilità internazionale non è un fine in sé: né quella del Paese colpito, né l'equilibrio regionale, né la coerenza dell'ordine globale. Ciò che conta è la neutralizzazione della minaccia, reale o percepita. La sicurezza nazionale gode di una priorità assoluta, mentre le conseguenze sistemiche successive all'intervento, quali frammentazione, conflitti civili e vuoti di potere, sono considerate esternalità trascurabili rispetto all'efficacia dell'azione punitiva.

Questa gerarchia implica il rifiuto del ruolo degli Stati Uniti come stabilizzatore del sistema. L'idea che Washington debba farsi carico della prevedibilità dei mercati o della tenuta delle istituzioni transnazionali appartiene alle correnti internazionaliste, non a questa. Qui l'ordine globale è visto come uno spazio potenzialmente ostile, in cui gli impegni multilaterali limitano la libertà d'azione americana.

Se emerge un nemico, l'obiettivo non è integrarlo trasformandone il contesto socio-politico, ma colpirlo con forza risolutiva. Tale approccio si nutre di uno scetticismo radicale verso l'ingegneria sociale su scala globale: gli Stati Uniti non hanno il dovere di salvare il mondo da se stesso, ma solo di proteggere la propria comunità dai pericoli esterni.

Una sintesi efficace di questa postura si ritrova nell'azione di Donald Rumsfeld durante la presidenza di George W. Bush. Il suo rifiuto della "paralisi da analisi" escludeva di subordinare l'attacco militare a una pianificazione del dopoguerra, ritenendo la rimozione del regime di Saddam Hussein un obiettivo sufficiente in sé. Le logoranti esperienze di nation building in Afghanistan e Irak hanno finito per rafforzare questa impostazione: oggi prevale una diffidenza verso la trasformazione di intere regioni e si legittima una strategia che si risolve nel colpire, eliminare e disimpegnarsi.

In quest'ottica, l'azione dell'amministrazione Trump appare meno come una rottura e più come la riemersione esplicita di questa costante

culturale. Comprendere questa dimensione significa sottrarre il dibattito a letture moralistiche o personalistiche: non si tratta della volubilità di un leader, ma dell'espressione di una tradizione profondamente radicata.

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