Cina, Turchia e Brexit: i nodi irrisolti

Blinken vede Wang: "Timori per Taiwan". Biden a Erdogan: "No ai missili russi"

Cina, Turchia e Brexit: i nodi irrisolti

Il multilateralismo o, meglio, il sogno di un ritorno al multilateralismo era uno dei mantra del G20 diRoma. Se «multilateralismo» significa incontri e discussioni il summit, guidato con indiscussa autorevolezza da Mario Draghi, ha sicuramente rispettato le aspettative. Ma se il ricorso al multilateralismo prevede il raggiungimento di compromessi e azioni condivise la valutazione cambia. Da questo punto di vista il G20 ha offerto poche soluzioni condivise.

Sulla questione climatica Draghi è riuscito miracolosamente a smussare le posizioni di un'India e di una Cina pronte a trascinare al disastro il Cop 26 di Glasgow. Su tanti altri temi il sognato multilateralismo è rimasto un'astrazione. Al termine del bilaterale tra il premier inglese Boris Johnson e il presidente francese Emmanuelle Macron lo scontro sui diritti di pesca è sembrato quasi aggravarsi. I colloqui tra il presidente Usa Joe Biden e il turco Recep Tayyp Erdogan non hanno sanato la frattura che lacera la Nato. E il clima da guerra fredda creato dallo scontro tra Washington e Pechino sulla questione di Taiwan è rimaso glaciale anche dopo l'incontro tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e l'omologo cinese Wang Yi. In questo «tourbillon» di colloqui e trattative l'evento più surreale per il clima di evidente e reciproca incomprensione è stato l'incontro Johnson- Macron. Al termine - mentre Parigi insisteva sulla volontà dei due leader di trovare una soluzione - il portavoce di Johnson annunciava preoccupazione per la «retorica del governo francese». Più che aria di compromesso sulla Manica tirava, insomma aria di «escalation». Anche perché Londra scaricava su Parigi la responsabilità di «trovare una soluzione» e «fare un passo indietro rispetto a minacce preoccupanti».

L'unica vera novità dell'incontro tra Biden e Erdogan è stata invece la sua realizzazione. Un evento non proprio scontato ad una settimana dalle minacce del presidente turco di espellere dieci ambasciatori occidentali, tra cui quello americano, colpevoli di aver richiesto la liberazione del filantropo e attivista Osman Kavala. L'incontro - indispensabile per evitare una crisi drammatica all'interno dell'Alleanza Atlantica - non è bastato a convincere Erdogan a rinunciare al sistema di difesa antiaerea russo S-400, acquistato dalla Turchia. E così la Casa Bianca pur ribadendo che «Ankara resta un importante alleato all'interno della Nato» ha ricordato che il possesso di quei missili acquistati dalla Russia «continua a destare preoccupazioni». In tutto questo la palma del bilaterale più gelido e divisivo va però a quello che ha visto protagonisti Blinken e il ministro degli esteri cinese Wang Yi. Le premesse, va detto, erano pessime. Soltanto 24 ore prima Pechino - non paga di aver tentato d'affossare gli accordi sul clima aveva anche minacciato d'abbandonare qualsiasi azione comune sul Covid. Lo stesso presidente Xi Jinping, intervenendo in collegamento virtuale al G20, aveva messo in guardia chi, come gli Stati Uniti, accusa Pechino di aver contribuito all'origine e alla diffusione del virus. Subito dopo Wang Yi aveva sganciato il terzo siluro minacciando «chiunque interferirà» nella questione di Taiwan. Minacce rafforzate ieri mattina dall'ennesima incursione di otto cacciabombardieri di Pechino nel cosiddetto «spazio di identificazione e difesa» a sudovest di Taiwan. In questo clima non ci si poteva attendere molto. Nonostante Blinken abbia tentato di alleggerire la situazione ricordando che gli Stati Uniti confermano il tradizionale riconoscimento di una sola Cina, ovvero quella di Pechino, Wang Yi s'è ben guardato dall'apparire concilianti e ha ribadito le volontà annessioniste del Dragone. «Il vero status quo di Taiwan - ha detto - è che esiste una sola Cina. Taiwan è una parte della Cina ed entrambe sono parte dello stesso Paese».

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