Michael Etter, lei è docente del King's College di Londra, esperto di Reputazione aziendale più che di re e regine. Ma la monarchia britannica è soprannominata "the firm", l'azienda, perché è un marchio nazionale. Che guaio è l'arresto di Andrea per l'azienda monarchia?
"La monarchia sta cercando di prendere le distanze dal caso, mostra di voler reagire. Ma è evidente che cerca di minimizzare i danni e dà l'impressione di essere arrivata un po' tardi. Di certo, chi non vedeva di buon occhio l'istituzione, adesso ha la conferma delle proprie impressioni".
L'ex principe ha condiviso informazioni governative sensibili. Quanto è forte l'accusa per una figura paragonabile a un componente di cda?
"È chiaro che si tratta di un'accusa grave, ancor di più se si pensa che la monarchia tocca molte più persone. E che la diffusione di queste informazioni ha implicazioni politiche e non solo".
La monarchia britannica è chiamata "l'azienda" anche perché, nonostante sia finanziata dai contribuenti, genera un valore economico enorme per il Regno Unito. Che danno è lo scandalo anche in questi termini?
"Di certo la vicenda rappresenta un danno, che diminuisce l'attrattiva della monarchia. Va detto, però, che nelle monarchie ci sono state sempre pecore nere e quella britannica non fa eccezione. C'è anche un problema di standing, di prestigio a livello internazionale, per il quale sicuramente la Famiglia reale pagherà un prezzo".
Nel comunicato della polizia sull'arresto, il nome di Andrea non figura. Si parla di "un uomo sulla sessantina". Si è voluto proteggere un potente? C'è di mezzo anche il buon nome della democrazia britannica in questa storia?
"La notizia è stata diffusa dai mezzi di informazione. In questo senso la democrazia ha funzionato, anche in un Paese dove io per primo ho forte scetticismo sui media. Pure l'arresto è un forte segnale, dimostra che le indagini vanno avanti anche di fronte a un personaggio potente".
Lo scandalo Epstein ha già sfiorato il primo ministro Keir Starmer, con conseguenze per l'ex stratega del Labour, Peter Mandelson. Il premier rischia?
"Finora Starmer ha deciso di restare e combattere. Ma la situazione è in evoluzione e gli aspetti politici sono probabilmente quelli più rilevanti di questa vicenda".
Sia il re che il primo ministro hanno dichiarato che la legge deve fare il suo corso e nessuno è al di sopra. Sono dichiarazioni di forza o di paura?
"Direi che mostrano l'intenzione di non voler correre rischi. Le loro sono dichiarazioni che non alimentano controversie.
In termini di comunicazione, mettono in buona luce chi le pronuncia, perché sono considerazioni sulle quali tutti possono essere d'accordo e con le quali si prendono le distanze da una vicenda, senza fare errori. Mostrano imbarazzo e la voglia di non commettere passi falsi".