Il coro di critiche Pd dopo la sentenza

Molti nel Partito democratico hanno qualcosa da dire il giorno dopo la sentenza e non si tratta di un appoggio alla scelta dei giudici

Il coro di critiche Pd dopo la sentenza

Dopo la sentenza del Consiglio di Stato si moltiplicano le reazioni dei tanti delusi che a sinistra gridano allo scandalo per la presunta imparzalità esercitata dall'estensore della sentenza, il giurista, Carlo Deodato.

Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia alla Camera mette le mani avanti e da un lato "assolve" Deodato, mentre dall'altro suggerisce che avrebbe potuto astenersi: "La sentenza la firmano in cinque. Ma è altrettanto vero che il relatore-estensore ha un ruolo importante nell'opinione di un collegio. Forse chi l'ha scelto avrebbe dovuto porsi un problema di opportunità. Lui stesso, forse, avrebbe potuto astenersi".

Chiamando in causa anche l'uso apparentemente improprio che il giurista avrebbe fatto dei social, la deputata continua: "A quel che vedo, il primo problema che ci si pone è la nuova frontiera dei social. Io non so se questo giudice ha rilasciato i suoi tweet fino all'ultimo, o l'ha fatto prima che gli venisse assegnata la causa, ma mi pare evidente che dovremo presto adeguare le norme sulle astensioni. Non per caso" - sottolinea Ferranti -nel codice etico dell'associazione nazionale magistrati, leggiamo che: fermo il principio di piena libertà di manifestazione del pensiero, il magistrato si ispira a criteri di equilibrio, dignità e misura nel rilasciare dichiarazioni ed interviste, così come in ogni scritto e in ogni dichiarazione destinati alla diffusione. Mi sembra scritto ottimamente. Specie nei social ci vuole equilibrio e misura".

Più decisa Erica Battaglia, consigliera Dem di Roma Capitale: "Il Consiglio di Stato annulla la trascrizione da parte dei Comuni delle nozze contratte all'estero da cittadini omosessuali, ma non annulla un vuoto che la Politica ha il compito di colmare o anche di rappresentare in nome di tutti quei cittadini appunto che oggi non vedono riconosciuti i propri diritti", schierandosi dalla parte dei Comuni "illegali": "Bene hanno fatto i Comuni a sollevare il tema dei diritti civili, dunque, e ad aiutare di fatto Governo e Parlamento impegnati in questi mesi ad articolare una legge attesa da anni nel nostro Paese".

"Un giudice che si arruola tra i partigiani della lotta contro i diritti dei gay non può essere certo una penna amica quando va a firmare una sentenza su questi temi. Ma il punto importante è un altro", che questa sentenza ribadisce ancora una volta la necessità di una legge che il Parlamento non può più rinviare, come già avevano detto due sentenze della Corte Costituzionale e una della Cassazione". Lo dice alla Stampa il senatore del Pd Sergio Lo Giudice, il cui matrimonio contratto a Oslo nel 2011 era stato trascritto nel 2014 dal Comune di Bologna. Lo Giudice spiega: "Nessuno, né i sindaci che le hanno firmate, né le coppie che le hanno ottenute, tra le quali c'è la mia, ha mai pensato che le trascrizioni producessero effetti giuridici. È stata un'azione di accoglienza, dal grande valore politico e simbolico, per lanciare un segnale al Parlamento. Il tema non è la trascrizione ma il modo in cui anche questi matrimoni possano avere valore in Italia. Ed è possibile solo attraverso una legge dello Stato".

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