Il Covid peggio di una guerra

L'avete chiamata influenza. Ci avete scherzato. Ci avete bevuto sopra. Ora però, vi prego, chiamatela con il suo nome. Covid 19 non è un malattia

L'avete chiamata influenza. Ci avete scherzato. Ci avete bevuto sopra. Ora però, vi prego, chiamatela con il suo nome. Covid 19 non è un malattia. È una guerra crudele e devastante. Una guerra che, oltre a seminar morte, cambierà il nostro paese e le vite di chi sopravvivrà. Così la chiamano i medici in prima linea nelle corsie della rianimazione. Così la descrivono gli sfortunati abitanti delle zone falcidiate dall'epidemia. Fuori da quei luoghi sventurati qualcuno sembra ancora leggere con freddezza la catastrofe celata nei numeri. Svegliamoci. I 475 caduti di ieri per un totale di tremila morti sono un bilancio devastante, peggiore di quello di molti conflitti. Sono il segnale di un disastro epocale destinato a cancellare una generazione. E a segnarne per sempre i sopravvissuti. Come nella Cambogia di Pol Pot, come nel Rwanda dei genocidi, come nella Bosnia della pulizie etnica nulla, dopo il Covid, sarà come prima. Nessuno in Italia potrà dire di esser ancora lo stesso. Per capirlo partiamo dai numeri e dal banale confronto con i bilanci di alcune guerre di cui sono stato testimone in questi ultimi 37 anni. In Afghanistan in tutto il 2019 la guerra ai talebani ha causato 3403 morti civili. I cinque mesi dell'assedio a Raqqa sono costati la vita a 1.600 persone. Novemila caduti innocenti sono il bilancio del brutale assalto condotto tra l'ottobre 2016 e il luglio 2017 per liberare Mosul dal giogo del Califfato. Se dividiamo il numero dei civili caduti per il numero dei mesi in cui si sono consumate quelle tragedie otterremo una media assai inferiore a quella della mattanza sopportata dal nostro paese in questi disperati ultimi trenta giorni. Una consapevolezza ancor peggiore te la regalano i luoghi della carneficina. Camminando sotto i portici abbandonati di Nembro, un paesino della Val Brembana di 11mila e 500 anime in cui si piangono un centinaio di morti, pensavo ai giorni passati a Sarajevo, Grozny ed Aleppo. Lì quando bombe razzi e cecchini regalavano un po' di tregua la gente usciva in strada, raccontava le proprie sofferenze, si riappropriava dei luoghi martoriati. A Nembro non si vede anima. I pochi disposti a incontrarti ti danno appuntamento sotto le finestre o sulla soglia di casa. Ognuno racconta di aver visto morire almeno una ventina fra conoscenti, amici e parenti. Negli ospedali al collasso infermiere e medici della rianimazione piangono senza ritegno. «Non riusciamo a salvarli - ti dicono - non riusciamo più a fare il nostro mestiere». I titolari delle pompe funebri costretti a turni massacranti confessano di esser tormentati da incubi che, per la prima volta nella loro vita, non li fanno dormire. La convivenza con la morte e la precarietà dell'esistenza sono sensazioni quotidiane. In guerra la sera quando torni nel tuo albergo e ti siedi a cena brindi alla fine scampata per poco, ai proiettili fuggiti per un soffio. Qui ti chiedi se Covid si è già seduto al tuo fianco.

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