Il crollo che ha demolito i sogni di Piazza Affari

Dopo quel martedì nero i listini sono tornati al massimo. Tranne Milano, in crisi senza fine

Il crollo che ha demolito i sogni di  Piazza Affari

L'11 settembre del 2001 chiude l'era della new economy dominata da un clima di euforia sulle Piazze finanziaria, in particolare per tutto quello che aveva a che fare con tecnologia, media e telecomunicazioni, e apre la porta ad una war economy diversa da quelle precedenti.

«L'attacco al Word Trade Centre ha avviato una stagione di cicli economici più brevi rispetto al passato, periodi intervallati da crisi violente e da una crescente incertezza» spiega Guglielmo Manetti, vice direttore generale di Intermonte Advisory, divisione di Intermonte sim che si occupa di risparmio gestito. «Dopo l'attacco al cuore del capitalismo americano, è cambiata anche il modo con cui i mercati valutano i fatti che possono creare forti instabilità a livello mondiale» commenta Marco Giorgino, professore di finanza aziendale e global risk management presso il Politecnico di Milano.

Le Piazze finanziarie, da un certo punto di vista, si sono adattate all'incertezza di una guerra al terrorismo iniziata quindici anni fa contro l'Afghanistan, passata dall'Iraq, arrivata in Libia e non ancora conclusa, mentre nel frattempo ad Al Qaeda è succeduta l'Isis, portando la guerra anche in Europa.

In Europa la notizia dell'attacco agli Usa è arrivata a metà pomeriggio di un normale martedì di Borsa. Ed è stato il panico: Milano è crollata del 7,5%. Wall Street, dopo aver chiuso i battenti per una settimana, è affondata, lasciando sul campo, nel giro di poche sedute, un terzo circa del proprio valore.

Era l'inizio della crisi. Una crisi da cui peraltro solo Piazza Affari non è stata ancora in grado di uscire. Wall Street si è affrancata da tempo dall'11 settembre ed è arrivata a sfiorare, ad agosto, nuovi massimi storici. Francoforte ha vissuto un percorso simile, e oggi il Dax vale il doppio rispetto a quindici anni fa. A Milano invece, l'indice Ftse Mib (vedi grafico) vale più o meno la metà rispetto all'11 settembre 2001. E ci sono state persino due sedute ancora peggiori dell'11/9: il 24 giugno scorso, per la Brexit (-12,4%) e il 6 ottobre 2008 per il crac Lehman Brothers (-8,2%). Infatti se 15 anni fa sembrava si fosse toccata la fine del mondo, poi si è visto che non è stato così. «Le banche centrali, a iniziare dalla Fed, da allora hanno cambiato approccio, diventando molto più attive e utilizzando i tagli ai tassi di interesse e le massicce iniezioni di liquidità per innescare ripresa. La politica monetaria, da allora, è perno del sistema» spiega Manetti. Mentre si spegneva definitivamente la bolla delle tecnologia, i tassi rasoterra e le iniezioni di liquidità ridavano quindi fiato ai consumi e ai mercati finanziari, in particolare negli Usa, dove iniziava tuttavia a prendere forma una pericolosa tipologia di finanza creativa attraverso l'utilizzo dei derivati (subprime). I mercati avevano raggiunto nuovi massimi quando, il 16 settembre 2008, il crac di Lehman Brothers ha dato il via a un'altra stagione di crolli. «La politica monetaria adottata dalla banca centrale americana, innanzitutto, in seguito all'attacco alle Torri gemelle ha creato le condizioni, per quella che è stata la crisi dei subprime, poi propagata in tutto il mondo. Una crisi che ha fatto emergere debolezze ancora oggi presenti sul mercato italiano» commenta Giorgino. In Europa infatti, gli strascichi legati alla bancarotta di Lehman sono sfociati nella crisi del debito sovrano in cui l'Italia era ed è tra i Paesi nel mirino. Da allora Milano non si è ancora ripresa.

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