D'Alema riscrive la storia italiana: "Il Pci è sempre stato riformista"

A cento anni dalla scissione di Livorno che portò alla nascita del Pci Massimo D'Alema riscrive la storia della sinistra italiana. Ma lo si può fare in questo modo, ignorando decenni di scontri e senza dare ragione, neanche dopo un secolo, ai socialisti?

D'Alema riscrive la storia italiana: "Il Pci è sempre stato riformista"

Il 21 gennaio 1921 a Livorno da una scissione del Partito socialista italiano nasceva il Partito Comunista d'Italia. Esattamente cento anni fa. Lo scontro che portò alla spaccatura si consumò tra chi sognava di ripetere anche in Italia la rivoluzione d'Ottobre e chi, invece, vedeva nelle riforme graduali e nella lotta all'interno delle istituzioni, dai comuni fino al Parlamento, il necessario percorso da seguire nell'interesse delle classi operaie e per lo sviluppo di una democrazia compiuta, dove a contare fossero tutti i cittadini e non solo una parte. In due sole parole, i rivoluzionari contro i riformisti. Mosca tramite l'Internazionale comunista fece recapitare al Psi l'ordine di espellere i riformisti, ma la maggioranza dei delegati socialisti, riuniti al Teatro Goldoni di Livorno, disse no e così la frazione comunista si staccò, fondando il Pcd'I, poi Pci.

A una parte della sinistra italiana, quella di derivazione comunista, non sono bastati cento anni per riconoscere l'errore fatto in quel lontano 1921. Non tanto per la scissione quanto per la dura opposizione, sfociata spesso nell'odio, verso i riformisti. L'ultimo esempio lo fornisce Massimo D'Alema, segretario del Partito democratico di sinistra (Pds), erede del Pci, dal 1994 al 1998, poi presidente dei Democratici di sinistra dal 2000 al 2007, nonché presidente del Consiglio (il primo e unico ex Pci) dal 1998 al 2000.

Ecco come, in un'intervista a Repubblica, D'Alema ha risposto a una domanda di Ezio Mauro.

C'è una parola che a Livorno Turati oppone alla rivoluzione, rifiutando la violenza e la dittatura del proletariato: è il gradualismo. Il socialismo, spiega, si realizza costruendo una Casa del popolo oggi, una Camera del lavoro domani, conquistando un comune dopodomani. Non aveva ragione?
"Sì, ma mi lasci dire una cosa paradossale: in sostanza, senza mai teorizzarla, questa è stata la politica del Pci, la sua costituzione materiale".

Insomma i comunisti, che hanno sempre combattuto i Turati, i Nenni e i Craxi, oggi scopriamo che, sotto sotto, la politica riformista-gradualista l'hanno sempre portata avanti (secondo D'Alema). Abbiamo avuto, per svariati decenni, i socialisti camuffati da comunisti.

Lei sta dicendo - chiede ancora Mauro - che il Pci in realtà ha praticato il riformismo senza mai dirlo?
"Aggiunga pure qualcosa di più: nascondendolo, con un linguaggio che lo rendesse compatibile con un orizzonte rivoluzionario. Ad esempio inventandosi le riforme di struttura che non si è mai capito bene cosa fossero: erano riforme e basta, ma non si poteva dire. Questo è stato il convivere nel Pci dell'ideologia rivoluzionaria, e della pratica riformista. Ambiguità, dicevamo: ma bisogna aggiungere che se il Pci fosse vissuto solo di Mosca e rivoluzione non sarebbe mai arrivato al 35 per cento dei voti".

"L'allontanamento dall'Urss è stata una storia troppo lunga - riconosce D'Alema - segnata da molti ritardi, molte sofferenze, molti timori che la rottura potesse portare a una lacerazione del partito, perché il mito sovietico era un elemento coesivo, c'è poco da fare. Questa è la verità: nella storia del Pci hanno convissuto diverse generazioni, diverse culture, diversi modi anche di essere comunista. Convivevano pagando un prezzo, perché quella coabitazione ha comportato naturalmente un'ambiguità".

Dopo il crollo del Muro di Berlino, vero spartiacque della storia, la fine del Pci e il cambio del nome in Pds (3 febbraio 1991), D'Alema ricorda che "fu un momento drammatico, per centinaia di migliaia di persone, a dimostrazione che il Pci non era un accampamento cosacco in Italia, ma una parte rilevante della vita del Paese". E aggiunge: "Dal punto di vista storico è giusto dire che fu tardi, e questo ritardo ha avuto per la sinistra un costo altissimo, perché ha contribuito a bloccare il sistema; ma dal punto di vista umano, sentimentale, le radici del Pci nella storia nazionale erano così profonde che la fine è stata vissuta come un dramma anche da chi considerava la scelta giusta. Per fortuna Occhetto ruppe gli indugi, questo resta il suo merito storico indiscutibile".

Occhetto e i comunisti italiani cambiarono casacca e, grazie al via libera di Bettino Crax (probabilmente uno dei suoi errori più grandi), aderirono all'Internazionale socialista. Continuarono però a guardare sempre con disprezzo non solo i socialisti italiani ma anche le loro idee e successivamente cavalcarono l'ondata giustizialista di Mani Pulite, che spazzò via tutti i partiti che avevano governato l'Italia in quasi 50 anni di storia. Tutti buttati nel cestino perché "corrotti" e guidati da spregevoli "ladroni". Gli unici "puliti" erano loro, gli ex comunisti, convertitisi al socialismo europeo pur avendo sempre odiato i socialisti.

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