Debito record, governo immorale

L'immoralità al governo di chi a tutto pensa meno che a fronteggiare il debito, e anzi si batte per farlo crescere, non promette nulla di buono.

Debito record, governo immorale

Non è certo una buona notizia quella diffusa da Bankitalia che ha reso noto il nuovo record del debito italiano. A marzo l'indebitamento è cresciuto di 14 miliardi, raggiungendo 2.228,7 miliardi. Il record risaliva a maggio 2015 a 2.219 miliardi.

Proprio poche ore prima, il consigliere economico del governo Marco Fortis sul Sole24Ore aveva offerto un'immagine tranquillizzante: sostenendo che il debito sarebbe sotto controllo, al punto che dovremmo fare il possibile per abbandonare ogni rigore e avviare quella «flessibilità» che si propone di aiutare la ripresa con un'ancora maggiore spesa pubblica. Fortis rilevava come il nostro avanzo primario (prima di pagare i debiti) sia migliore di quello di altri Paesi, meno indebitati, ma la sensazione è che da più parti si fatichi a comprendere la drammaticità del momento. Bisognerebbe invece capire che questo debito esploso tra gli anni Ottanta e Novanta, e che continua ad aumentare, obbliga a tassare sempre più le imprese e le famiglie solo per far fronte agli oneri connessi a spese già sostenute. Lo stesso Fortis ammetteva che «il debito pubblico, se troppo elevato, costituisce un problema grave e non è accettabile che esso possa aumentare, a ulteriore danno delle generazioni future». Forse che un debito vicino al 140% del Pil non è già troppo alto? Non era forse a livelli solo un poco più alti il debito della Grecia quando è stata commissariata dalla Troika, entrando in una crisi da cui non riesce ancora oggi a uscire?

È netta la sensazione che dalle parti della maggioranza si balli come sul Titanic: ci si preoccupa di riforme costituzionali di facciata e altre minutaglie senza avvertire i rischi che stiamo correndo. Non è un caso che la bozza sulla fine dei finanziamenti alle imprese predisposta da Francesco Giavazzi non sia mai uscita dai cassetti e che gli esperti incaricati di predisporre tagli di spesa (da Piero Giarda a Enrico Bondi, da Carlo Cottarelli a Roberto Perotti) abbiano tutti gettato la spugna. A Roma ci si illude che solo Grecia, Venezuela o Argentina possano fallire, ma le cose non stanno così.

Per giunta, questa tesi tecnocratica sulla flessibilità di bilancio, che recupera fuori tempo antiche suggestioni keynesiane (ignorando, tra l'altro, che un euro di spesa pubblica rende molto meno di un euro di spesa privata), interpreta un lassismo che poggia anche su una crisi morale. Più di ogni altra cosa, bisognerebbe essere consapevoli che è ingiusto indebitarsi per gli altri: che il debito pubblico in quanto tale è una cosa mostruosa, e che quindi va abbattuto per ragioni di ordine economico (se vogliamo avere un futuro), ma anche per rispetto nei riguardi dei nostri figli.

L'immoralità al governo di chi a tutto pensa meno che a fronteggiare il debito, e anzi si batte per farlo crescere, non promette nulla di buono. Quando lorsignori smetteranno di ballare, il ritorno alla realtà sarà certamente assai doloroso.

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