C'è un numero che tiene il governo con il fiato sospeso, ed è quel 3,07% che campeggia nell'ultima stima Istat del deficit/Pil 2025. È il dato che finirà, salvo sorprese dell'ultimo minuto, nel Documento di finanza pubblica (Dfp) atteso oggi in Consiglio dei ministri. Ma è anche il numero che potrebbe cambiare tutto, se solo venisse limato di qualche centesimo. Perché la soglia è sempre quella: il 3%. E sotto quella linea si esce dalla procedura di infrazione, sopra si resta.
La speranza, ormai sempre più flebile, è che si possa arrivare almeno al 3,04%. Una differenza minima, quasi impercettibile su scala macroeconomica, ma sufficiente - grazie agli arrotondamenti - a riportare il deficit esattamente al 3% e quindi a centrare l'obiettivo politico più importante degli ultimi anni. Il punto è che, a poche ore dalla comunicazione ufficiale di Eurostat prevista stamane alle 11, quella limatura non è affatto scontata.
Dietro quei decimali c'è una partita tecnica che si è intrecciata con tensioni sempre più evidenti. Il nodo riguarda soprattutto la contabilizzazione di alcune partite legate ai bonus edilizi. Come emerge da indiscrezioni raccolte nelle ultime ore, il Tesoro avrebbe sostenuto nelle interlocuzioni che una quota di incassi, formalmente registrata nei primi mesi del 2026, è in realtà di competenza del 2025. Secondo questa linea interpretativa, si sarebbe potuto avvicinare sensibilmente il deficit alla soglia fatidica.
In quel quadro, tra riclassificazioni del Superbonus e altre poste minori, la distanza dal 3% si sarebbe ridotta a un margine davvero minimo: 23 milioni di euro. Tanto da rendere concretamente possibile quella revisione al 3,04% che cambierebbe lo scenario. Le interlocuzioni tecniche, a quanto risulta, si sarebbero mosse in questa direzione per settimane, anche con il coinvolgimento di Eurostat. Poi qualcosa si è inceppato. "C'è stato un irrigidimento", si mormora, con un riferimento esplicito alle polemiche mediatiche delle ultime settimane. L'istituto di statistica avrebbe rivendicato con forza la propria autonomia, facendo però al tempo stesso capire che non avrebbe accolto quella lettura, pur essendo tecnicamente possibile. "Non hanno un obbligo di legge", si osserva, ma la sensazione è che il clima si sia raffreddato proprio nel momento decisivo.
Il risultato è che oggi lo scenario più probabile resta quello di una conferma del 3,07% (che equivale a uno scostamento di 678 milioni). Tanto che il governo, per non trovarsi scoperto, avrebbe già inserito quel dato nel Dfp, pronto eventualmente a correggerlo in extremis in caso di sorpresa positiva. Una scelta di prudenza, ma anche il segno di un'incertezza che pesa.
Il nervosismo, d'altra parte, è palpabile. "Ci saremmo aspettati un leale comportamento", filtra da ambienti vicini al dossier, con la sottolineatura che nessuno ha mai chiesto trattamenti di favore ma solo chiarezza preventiva per arrivare preparati all'appuntamento. Anche perché, viene fatto notare, le interlocuzioni tecniche "andavano in una certa direzione" e il cambio di atteggiamento risulta difficile da comprendere. Resta così il rischio di una beffa. Dopo un percorso di rientro costruito in quattro anni, con un avanzo primario e una riduzione del deficit più marcata rispetto ad altri Paesi europei, l'Italia potrebbe restare dentro la procedura per pochi centesimi di Pil. E soprattutto per l'effetto ritardato di una misura, il Superbonus, che continua a pesare sui conti ben oltre le attese.
Il paradosso è che anche un eventuale aggiustamento a settembre, quando queste partite non saranno più contabilizzabili allo stesso modo, arriverebbe troppo tardi per incidere sulle decisioni politiche. La finestra è adesso. E si chiude oggi.
Alla fine, tutto si riduce a un numero che deve ancora essere ufficializzato.
"I miracoli sono sempre possibili", è la linea speranzosa del ministro Giorgetti. Ma allo stesso tempo si ammette che "al momento non c'è evidenza che possa accadere". Tradotto: l'Italia resta appesa all'Istat fino all'ultimo. E da quei pochi centesimi dipende molto più di quanto sembri.