Cosa c’entra Chiara Colosimo, la presidente della Commissione bicamerale antimafia, con l’attentato subito da Sigfrido Ranucci nell’ottobre dello scorso anno? Si potrebbe pensare all’audizione del conduttore nella commissione che lei presiede. E invece no, perché Mr Report ha fatto il nome della Colosimo in un’occasione delicatissima: il 17 ottobre 2025, esattamente il giorno dopo l’azione dinamitarda che lo vedeva bersaglio.
Erano le ore 15,24 quando, presso gli uffici della procura della Repubblica di Roma, Ranucci sedeva dinanzi al Procuratore Francesco Lo Voi e al pubblico ministero, titolare dell’indagine, Carlo Villani, oggi procuratore a Velletri. “Lei ritiene, e se sì sulla base di cosa anche in considerazione del tempo trascorso, che ci possa essere un legame tra l’episodio di questa notte e la vicenda dei messicani/albanesi?”, è la prima domanda che Villani pone al giornalista per cercare di comprendere quali possano essere le piste utili da seguire secondo il punto di vista vittima. Un tentativo di sondare eventuali connessioni con le inchieste che lui e la sua squadra stavano conducendo. Dopo ulteriori domande, però, Villani insiste nel dire che “a me, in questo momento, interessa maggiormente un’altra cosa, su che cosa state lavorando ora? Su alcuni temi ha fatto la presentazione, ad esempio l’eolico, ma vorrei sapere esattamente quali sono le cose più sostanziose in cui siete in questo momento impegnati e non necessariamente l’avete pubblicizzato. Anche servizi non pronti, su cui state ancora lavorando”. Ed è proprio a quella sollecitazione che Ranucci, dopo aver elencato questioni legate a Matteo Messina Denaro, tira in ballo prima il ministero dell’Agricoltura e poi la Colosimo: “Un’altra cosa ancora su cui stiamo lavorando, ancora più locale, è la storia di un finanziamento di 120mila euro, erogato direttamente dal ministero dell’Agricoltura per la sagra del porcino a Lariano (in provincia di Roma ndr)”. Poi fa comprendere in modo esplicito il ruolo della presidente: “Inoltre, c’è una cosa ulteriore che riguarda la presidente Colosimo (Fdi), ed in particolare i rapporti con un suo zio coinvolto in indagini anche di mafia nel passato. Specifico, domanda, che la presidente è informata di questa nostra nuova tranche di inchiesta, perché lei è stata specificamente posta una domanda a riguardo. Lo zio era un commercialista che curava anche gli interessi della ndrangheta. Lei dice di non aver avuto rapporti con lui ma abbiamo riscontrato che in realtà gli procacciava alcuni clienti”. Della serie: la Colosimo sapeva. Ma in che modo, secondo Ranucci, tutto ciò poteva rappresentare una pista per il dottor Villani? Cosa avrebbero dovuto trovare? E, soprattutto, dove sarebbero dovuti andare a cercare? Nella medesima deposizione fa anche il nome del leader di Italia Viva Matteo Renzi.
Nel momento in cui Villani gli chiede se “nel libro si parla di tutti i servizi di Report”, Ranucci dice che “all’interno c’è una parte che riguarda la storia di Pennino, prima menzionata, c’è la storia della ‘ndrangheta a Verona che riguarda Tosi e tutta la storia dell’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini”.
Per Villani, che ha seguito l’indagine fin dall’inizio (oggi il titolare del fascicolo è il pm De Santis), il mandante però corrisponde a un nome che Ranucci conosce bene, ma che non ha mai menzionato in nessuna deposizione o intervista post-attentato. ll profilo è quello di Valter Lavitoa, con cui il giornalista aveva un’assidua frequentazione (si vedevano circa due volte a settimana). Era il suo confidente, la sua fonte, un suo amico fraterno. Ma Ranucci, che di lavoro fa il giornalista di inchiesta, non ha mai dubitato del passato quantomeno turbolento di Lavitola. Anzi, dopo la perquisizione dei carabinieri lo avrebbe persino chiamato alle 3 e 30 di notte.
Perché, quindi, mettere in mezzo Chiara Colosimo? Si trattava di uno dei contesti più delicati e il nome della presidente è finito agli atti non per il ruolo che ricopre, ma per strane dietrologie.
