Tutto vero, tutto giusto. Anche in occasione della laurea "ad honorem" conferitagli dall'Università belga di Lovanio Mario Draghi ha recitato il solito discorso perfetto. L'ex Presidente della Bce ha spiegato, una volta di più, che l'Unione Europea non è in grado di esercitare il minimo potere. E quindi se non cambia trasformandosi in una vera "federazione" è condannata a morire. O alla mesta sopravvivenza di un vaso coccio tra i vasi di ferro. Il problema nel caso di Draghi è però la "banalità del bene". Le sue parole, per quanto dotte, non contengono alcuna novità. Si limitano sottolineare quel che da troppo tempo è sotto il naso di tutti. E che tutti - dai frequentatori dei peggiori social alle più alte cariche istituzionali - hanno capito.
Quest'Europa lenta nell'affrontare i problemi e burocraticamente asfittica nel risolverli non potrà sopravvivere se non sarà in grado di decidere. E soprattutto di governarsi. Ma come farlo? Cambiando cosa? A queste domande Mario Draghi si guarda bene dal rispondere. Invece da chi ha guidato la principale istituzione finanziaria dell'Unione ci aspettiamo proprio questo. Da chi ha visto in faccia il cancro che divora questo pachiderma senz'anima ci attendiamo la diagnosi fredda e drastica di un chirurgo capace di spiegarci dove tagliare e cosa trapiantare. Da lui vogliamo sapere come cambiare i trattati così da trasformare la Commissione in un autentico governo dell'Unione. O come dare ad Parlamento Europeo la capacità di legiferare anziché limitarsi a votare le proposte della Commissione. E soprattutto come cancellare quel dualismo tra Commissione e Consiglio Europeo che rappresenta il vero ceppo a cui è incatenato il mostro a 27 teste. Ma non solo.
I 34 anni del Trattato di Maastricht e i 17 del Trattato di Lisbona ci hanno regalato un'Europa senza Costituzione, un corpaccione senz'anima e senza ideali. Un coacervo di popoli e nazioni che in mancanza di collanti spirituali ha smarrito una visione comune ed ha preferito logorarsi tra divergenze e lotte interne. Come ne veniamo fuori? Da Mario Draghi ci aspettiamo di sapere, infine, se vorrà mettersi in gioco. Se sarà pronto a sporcarsi le mani. Le prossime elezioni europee sono previste per il 2029. Il confine tra il dire e il fare passa da lì.
L'ora dei bei discorsi è finita. E' tempo di agire. Mario Draghi ha tre anni di tempo per farci capire come cambiare quest'Europa. E candidarsi a farlo. Se ci convincerà saremo felici di votarlo. O, altrimenti, di dimenticarlo.