Il doppio dramma dello zio-avvocato «Condannato» a trattenere le lacrime

Marco Valerio Verni, fratello della madre di Pamela, ha seguito il processo con una duplice veste: parente e legale della famiglia

Il doppio dramma dello zio-avvocato «Condannato» a trattenere le lacrime

«L'avvocato è una professione di comprensione, di dedizione, di carità. Nel suo cuore l'avvocato deve mettere da parte i suoi dolori, per far entrare i dolori degli altri. Un imputato alla vigilia della sentenza può avere rimesso il suo destino nelle mani del suo difensore; ma l'avvocato in quella vigilia non può essere tranquillo: la tragedia dell'imputato si è trasfusa in lui, lo logora, lo agita, lo lacera».

Questo nobile pensiero di Piero Calamandrei appare sulla pagina Facebook di Marco Valerio Verni che, nel processo per l'omicidio di Pamela Mastropietro, ha ricoperto una doppia veste: avvocato della famiglia della vittima e zio della ragazza; codice penale all'ombra della toga e codice degli affetti abbarbicato al cuore.

Districarsi tra le glaciali ragioni del diritto e i torridi empiti dell'amore parentale è impresa ardua per chiunque, figuriamoci per un giovane legale che ha visto la nipote massacrata con modalità allucinanti.

All'avvocato Verni (fratello della mamma di Pamela) va dato atto di essersi comportato, umanamente e professionalmente, in modo coraggioso. Da legale ha saputo alzare la voce e sollevare dubbi, da zio ha saputo «abbassare» il dolore con dignità. E ciò benché non sempre - sotto il profilo della gestione mediatica del caso - il supplizio di Pamela sia stato trattato con la dovuta sensibilità e il dovuto rispetto. Di sicuro colpa di un certo scandalismo giornalistico, ma anche responsabilità da parte di chi agli eccessi della cosiddetta «tv del dolore» non ha avuto la forza di opporsi.

E che dire riguardo ai profili di «deriva politica» che la drammatica vicenda di Pamela ha rischiato di assumere nel corso dell'ultimo anno?

In ciò la vicinanza dell'avvocato Verni al partito Fratelli d'Italia e la «lettera aperta» inviata, tempo fa, al ministro dell'Interno, Matteo Salvini, hanno rappresentato elementi che si sono prestati - al di là dell'assodata buona fede dei protagonisti - a interpretazioni controverse e, addirittura, strumentali.

«Sono con Lei, Ministro: da uomo, da cittadino, da italiano, da zio di Pamela Mastropietro e da avvocato - ha scritto Verni a Salvini in un empito di solidarietà -. Alcuni dovrebbero smettere di confondere le acque e far passare per razzista chi stia cercando, semplicemente (anzi, neanche poi tanto, a quanto pare), che i flussi migratori avvengano in maniera controllata e nel rispetto delle regole sulla protezione internazionale, ed eliminando l'indotto che da essi derivi alle organizzazioni criminali che favoriscono e gestiscono questi che, così svolti, non esito a definire traffici di esseri umani (...)»; per poi concludere: «A Lei, invece, signor Ministro, l'invito a continuare così, per il nostro amato Paese, per gli italiani e per coloro che veramente fuggono dalle guerre. Viva l'Italia!».

Slanci che hanno lasciato perplesso più di qualcuno.

Su un punto ci troviamo invece pienamente d'accordo con l'avvocato Verni; ed è quando ripete: «Ci sembra strano che, l'unico oggi chiamato a rispondere di tutta questa vicenda sia solo Innocent Oseghale. Penso che ci vorrebbe maggiore coraggio. Ma abbiamo fiducia in certa parte delle Istituzioni e, naturalmente, nel nostro operato».

Un auspicio che resta valido anche - anzi, soprattutto - dopo la sentenza di ieri.

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