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Dubai, lusso e bombe. La città di plastica si risveglia in guerra

I giorni surreali della metropoli emiratina, da meta glamour a bersaglio dei terroristi

Dubai, lusso e bombe. La città di plastica si risveglia in guerra
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Nella città di tutti e di nessuno, nella città di plastica e vetro che rappresenta il più grande non luogo del mondo - per dirla con Marc Augé - la guerra arriva come un graffio imprevisto della realtà. Il mondo bussa alla porta della città a cinque stelle e nessuno è davvero pronto a riceverla.

Dubai è una città che in fondo non esiste, è cresciuta attorno a un'ambizione spavalda e petrolifera, è una grande allucinazione collettiva, è un brand che racchiude tutti i brand. È l'oasi del lusso tra il deserto e il mare, l'enorme parco giochi della riccanza mondiale, fallici grattacieli a sfidare l'orizzonte piatto come il décolleté di una modella, isole artificiali che disegnano paesaggi infantili fatti per essere visti dai satelliti. Un enorme innocuo meme, un selfie collettivo in cui tutti vogliono spuntare. E questa cosa dell'attacco iraniano proprio non l'aveva vista arrivare. Com'è possibile? Come si permettono?

Qui a Dubai, il frontman dei sette emirati arabi uniti, non ci sono mai imprevisti, al massimo il dubbio su quale dei tanti alberghi scegliere (lo Jumeirah? Il Park Hyatt? L'Atlantis The Palm?) o su quale "cuoco artificiale" andare a omaggiare per cena (Yannick Alléno? Heston Blumenthal? Il nostro Niko Romito? Anne-Sophie Pic?). Tutto è come da programma, anche il clima è contrattualizzato, niente pioggia e una temperatura più che gradevole, basta evitare i mesi tra maggio e settembre, quando fa davvero troppo caldo per girare, e infatti nel caso ci si infila in mall grande come un medio comune italiano, e magari ci si scia pure. I soli brividi concessi fino all'altro giorno. I soldi magari non comprano la felicità ma l'assenza di ogni fastidio sì, fosse anche un taxi che non arriva perché sono le 17, ora del cambio turno per i conducenti, e bisogna aspettare qualche minuto in più, accidenti; figuriamoci le bombe che esplodono in un sabato da spiaggia e da Martini Cocktail. Le bombe delle sei non fanno male. O forse sì.

Le facce dei turisti bloccati nella megalopoli dove solo un abitante su dieci è emiratino dicono tutto. Lo sgomento arriva prima della paura, poi certo fa capolino anche quella, il paradiso di sabbia e seta diventa un inferno, una gabbia. La gente vuole andar via, quella plastica non piace più, sa di gomma bruciata, ma l'aeroporto - il più grosso hub aeronautico del mondo, tanto per dire - è chiuso, è stato colpito dalla furiosa reazione dell'Iran all'"aggressione americano-sionista" sparando missili ovunque, anche ai Proxy arabi dai quali i Pasdaran pretenderebbero una solidarietà islamica che non arriva. Le bombe degli ayatollah sfregiano il Fairmont sulla Palm Jumeirah, provocano un incendio nel porto della città, dove gli yacht che normalmente sciaguattano quieti hanno avuto un sussulto. Ci sono anche dei feriti. E c'è l'intervento della protezione civile, che uno subito pensa: "Ma hanno una protezione civile, questi di Dubai?".

Dubai è un luogo di eccessi, un villaggio di pescatori di perle che sessant'anni fa vinse alla lotteria della storia: fu trovato il petrolio e gli emiri decisero di investire i proventi in un massiccio sviluppo immobiliare e infrastrutturale che attrasse capitali e poi anche turisti. E per fortuna, visto che il petrolio stava per finire (ne ha molto di più la vicina e rivale Abu Dhabi).

La gente viene per l'idea di lusso accessibile, per i mall dove comprare le stesse cose che si trovano anche da noi ma vuoi mettere, per salire su grattacieli come non ne aveva mai fatti nessuno (il Burj Khalifa è un atto di arroganza alto 829 metri), inventando piazze, suk, spiagge attrezzate, organizzando "cammellate" e visite del deserto in jeep. Abbastanza per attirare venti milioni di turisti l'anno, molti dei quali italiani in cerca di un esotismo rassicurante.

Fino a sabato. Il sabato che ha reso Dubai normale. Forse, finalmente, una città.

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