E il fantasma default adesso spaventa il Friuli

E il fantasma default adesso spaventa il Friuli

Lodovica Bulian Da una parte l'Austria, dall'altra la Commissione Europea. Nel mezzo, una banca tutta italiana sebbene di proprietà del ministero delle Finanze di Vienna, con sede in Friuli, 400 dipendenti e 26 filiali nel Nord Italia. Che rischia di chiudere, nonostante i tentativi della presidente Debora Serracchiani di evitare il tonfo. Sul ring di Hypo Alpe Adria Bank Italia, la sopravvissuta al disastro dell'ex holding carinziana nazionalizzata dall'Austria e poi trasformata in una bad bank, la partita per strappare la banca al vincolo della Commissione europea che ne ha imposto la liquidazione in assenza di una privatizzazione, è in salita. La Hypo italiana, l'ultimo ramo rimasto del colosso finanziario dell'era del governatore della Carinzia Jörg Heider - Hypo Austria e le altre controllate nel Sud-Est Europa sono state vendute - era stata colpita dallo scandalo dei leasing dopati e da un processo penale a carico degli ex vertici per ipotesi di associazione a delinquere finalizzata alla truffa costato 100 milioni di rimborsi ai clienti beffati, e per questo era stata limitata nell'operatività dall'Ue, che l'aveva relegata a gestire solo l'esistente. La terza via a un destino altrimenti segnato del tramonto restava solo quella di un acquirente. Ecco che per renderla appetibile a luglio era arrivata ancora la mano dell'Austria a mettere una pezza su conti disastrosi e perdite da 280 milioni di euro, con il conferimento di 100 milioni come nuovo capitale e altri 96 di finanziamento, mentre il processo penale accertava le responsabilità e spazzava via gli orrori del passato. Così, paradossalmente Hypo si ritrovava a essere tra le banche più sicure d'Italia, facevano notare dall'istituto. Tanto che negli ultimi mesi le manifestazioni di interesse da parte di «investitori seri» sono arrivate per davvero, riaccendendo la speranza di sciogliere le catene dell'Ue e di scacciare l'ombra dell'azzeramento. Ma qualcosa si inceppa e a quegli interessi non seguono trattative. Serracchiani si muove, coinvolge il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, e pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, oltre che l'ambasciatore d'Austria a Roma, René Pollitzer, mentre il sindacato Fabi lancia una lettera appello al quotidiano carinziano Kliene Zeitung: «La vendita realizzerebbe un beneficio di considerevoli entrate nelle casse pubbliche austriache, oltre che un possibile riscontro positivo per i dipendenti italiani. Eppure non è ancora stato dato seguito alle manifestazioni d'interesse pervenute. Ci chiediamo come mai, non avendo alcuna motivazione ufficiale credibile». Tocca alla numero due del Pd constatare che nonostante «i massimi livelli istituzionali del governo austriaco abbiano manifestato una volontà di apertura ipotizzando scenari di trattative con la Commissione, la stessa non si registra a livello aziendale». Intanto, però, il tempo scorre e il 2016 potrebbe portare con sé la procedura di messa in liquidazione.

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