Ecco l'ultimo ricatto della Libia: "Centri chiusi, liberi i migranti"

La reazione di Tripoli alle bombe su Tajoura: «Impossibile garantire la sicurezza». Potranno raggiungere l'Europa

Ecco l'ultimo ricatto della Libia: "Centri chiusi, liberi i migranti"

N on mi aiutate contro l'aggressione del generale Haftar, che bombarda Tripoli e cerca così di prendere il controllo dell'intera Libia? E allora io smetto di aiutare voi, forse allora vi accorgerete di quanto avete bisogno di Fayez el Serraj. C'è questo elementare ragionamento dietro l'annuncio del governo libico di salvezza nazionale, che informa i suoi «distratti» alleati occidentali di star valutando seriamente due ipotesi che dovrebbero molto preoccupare soprattutto noi italiani: da una parte aprire i cancelli dei circa venti centri di detenzione degli immigrati giunti illegalmente dall'Africa subsahariana, lasciandone liberi per le pericolose strade libiche circa 8mila, dall'altra di cessare anche le operazioni di pattugliamento in mare che la Marina di Tripoli effettua davanti alle proprie coste.

Una specie di ricatto, che ha però a ben vedere più il senso di un appello finale e disperato: il sanguinario Haftar ci attacca in forze, uccidendo civili e massacrando anche gli immigrati detenuti senza alcuno scrupolo, e i Paesi occidentali che affermano di stare dalla nostra parte non fanno nulla per impedirlo. A questo punto, ragiona un Serraj con le spalle al muro dopo che già da mesi aveva segnalato la presenza in Libia di un numero enorme di potenziali migranti tra cui terroristi e delinquenti, non ci rimane che far capire a tutti loro quali sgraditissime conseguenze potrebbe avere questa inazione. Perché gli 8mila immigrati detenuti non sono che una piccola frazione delle centinaia di migliaia che si trovano sparsi in tutta la Libia in attesa di prendere il mare per arrivare prima in Italia e poi nel resto d'Europa, e se cesseranno i controlli delle motovedette al largo delle coste libiche è facile prevedere che l'invasione, fin qui a fatica contenuta, riprenderà in grande stile. Approfittando non solo del mare calmo della stagione estiva, ma forse anche di un altro tipo di clima, quello più permissivo verso gli sbarchi nei nostri porti che nonostante la forte volontà politica del ministro dell'Interno Matteo Salvini si va delineando nel nostro Paese.

A far precipitare la situazione sono stati due episodi. Il primo è la strage di un centinaio di immigrati detenuti nel campo di Tajoura, morti in gran parte sotto le bombe sganciate dall'aviazione di Khalifa Haftar, ma in parte minore anche uccisi dai guardiani del centro di detenzione, che rispondono al governo di Tripoli e hanno sparato per impedirne l'evasione. Questo terribile massacro, oltre a sottolineare la situazione drammatica in cui si trovano gli africani giunti in Libia per tentare la traversata verso l'Europa, ha evidenziato l'impossibilità di Serraj di proteggerne almeno le vite, dando così al debole leader tripolino anche una sorta di pretesto umanitario per porre fine alla loro detenzione. Il secondo evento è invece di natura diplomatica: i recenti dibattiti alle Nazioni Unite hanno mostrato che non esiste un sostegno a quello che dovrebbe essere il governo legittimo di tutta la Libia, bensì un'ambigua equidistanza che riflette un'ormai ben nota realtà geopolitica. E cioè che Haftar può contare sull'appoggio di fatto di potenze come la Francia, la Russia, l'Egitto e gli Emirati Arabi, che ciascuna per le proprie ragioni hanno interesse a veder prevalere nella guerra civile libica l'uomo forte di Bengasi.

A questi soggetti si è ormai aggiunto perfino il presidente americano Donald Trump, il cui spudorato voltafaccia ai danni di Serraj sembra spiegarsi con il promesso sostegno di Egitto ed Emirati al piano di pace di Trump per Israele. Ma i più danneggiati, inutile girarci intorno, siamo noi italiani.

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