"Dov'è l'interesse per la salute delle donne?". Ecco tutti i costi della legge 194

Uno studio sui costi della legge 194, promosso da Pro Vita e Famiglia, stima che il costo cumulato per il finanziamento degli aborti legali si aggiri intorno ai 5 miliardi di euro, pari a circa 120 milioni di euro all’anno

"Dov'è l'interesse per la salute delle donne?". Ecco tutti i costi della legge 194

Quali sono stati finora i costi della legge 194 sull'aborto? È questo il tema al centro della conferenza stampa si presentazione di un rapporto promosso da Pro Vita e Famiglia sulla spesa sostenuta dal Servizio sanitario nei primi 40 anni di vita della legge.

Dal 1979 al 2018, in Italia, ci sono state più di 5 milioni e 700 mila interruzioni volontarie di gravidanza, pari al 15% del totale. E, se nei primi anni immediatamente successivi all'approvazione della 194, si sono superati i 200 mila aborti legali annui, dagli anni '90 in poi vi è stata una graduale diminuzione. Se, invece, si considera l’intero periodo 1979-2018 la percentuale di aborti legali è pari al 18,9%. Secondo i dati Istat, nel 2018, ultimo anno per i quali sono disponibili i dati definitivi, gli aborti volontari sono stati 76.0443. Di questi solo poco meno di un quarto (18.548) sono stati effettuati con procedure farmacologiche. Il costo stimato di applicazione della 194, per l'anno 2018, varia da un minimo di 57.965.828 euro ad un massimo di 86.711.783 euro. Il 74,5% delle spese totali sono rappresentate dagli aborti chirurgici compiuti entro il terzo mese di gravidanza. Il costo medio per ciascun aborto va da un minimo di 762 euro a un massimo di 1.140 euro. Se nei primi anni il valore annuale di applicazione della 194 ha raggiunto anche i 200 milioni di euro, nel corso degli anni successivi tale spesa ha avuto un andamento molto irregolare.

"La 194 è costata ai contribuenti italiani miliardi senza neanche aver garantito alle donne una vera libertà: non sono informate su cosa è l’aborto né sulle sue conseguenze. Di fronte a una gravidanza imprevista il sistema offre come unica possibilità l’aborto: dopodiché la donna si ritrova con gli stessi problemi socioeconomici che l’hanno spinta ad abortire e in più madre di un bambino morto. Perché non impiegare le (scarse) risorse del SSN per offrirle una vera scelta, cioè la possibilità di tenere il bambino?", ha detto a ilGiornale.it Francesca Romana Poleggi, direttore editoriale del mensile Notizie Pro Vita & Famiglia a margine del convegno. Ma un altro serio problema è che, nonostante la 194, sono ancora parecchi gli aborti clandestini. Nel 2017, infatti, l’Istituto superiore di sanità ha stilato un documento in cui si documentava che nel triennio 2014-2016 i casi di aborti clandestini oscillavano tra le 10mila e le 13mila unità. Come se non bastasse, questo studio ha messo in evidenza che la “medicalizzazione” dell’aborto legale “contribuisce a creare una sorta di continuum tra pratiche contraccettive e pratiche abortive che finisce per nascondere la sostanziale differenza, dal punto di vista delle conseguenze fisiche e psicologiche per la donna, tra la prevenzione della gravidanza e la sua interruzione”. Ma non solo. Secondo il rapporto presentato oggi “è altamente probabile che l’incremento degli aborti spontanei sia anche da attribuire ad aborti chimici clandestini, quantificabili nella misura di un terzo (dato quanto mai preoccupante)”. Giuseppe Noia, presidente associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici, ha invece posto l'accento sul sempre più frequente uso della pillola abortiva RU486: "Si dice che l'aborto farmacologico sia più facile, ma non è così. La donna vede le emorragie per ben 10 giorni e questo è un aspetto che le donne non conoscevano. Dov'è l'interesse per la salute delle donne?".

Per quanto riguarda i costi, poi, sono state prese in considerazione anche le spese relative agli esami clinici effettuati per individuare eventuali patologie o sindromi del nascituro. Esami che trasformano, di fatto, l'aborto in una pratica eugenetica, attuata per salvaguardare la salute psichica della madre. L'Istituto superiore di sanità, infatti, riconosce nelle sue “Linee guida sulla sindrome di Down” che “dove le tecniche anticoncezionali, la diagnosi prenatale e l’interruzione di gravidanza non sono ancora attuate, nasce circa 1 bambino con sindrome di Down ogni 650 nati vivi, come succedeva anche in Italia fino agli anni ‘70”. Oltre a questo, va tenuto conto anche della sindrome post-abortiva che "può essere di portata devastante e avere i risvolti tragicamente più disparati, dai disturbi del sonno, alla depressione, all’abuso di sostanze, allo sviluppo di patologie psichiatriche, al suicidio”, si legge in questo report. In totale, si stima che il costo cumulato per il finanziamento degli aborti legali si aggiri intorno ai 5 miliardi di euro, pari a circa 120 milioni di euro all’anno. "Chi sostiene le pratiche abortive dice che è tutto facile mente perché ci possono essere complicanze fisiche immediate e la madre abbassa autostima per il senso di colpa per l'aborto. Vi sono ferite a livello psicologico in termini di ansia, depressione e addirittura pratiche di autolesionismo", ha spiegato Filippo Maria Boscia, ginecoloco e presidente dell'associazione medici cattolici italiani.

"La drammatica esperienza della pandemia ha mostrato con chiarezza che le risorse per il sistema sanitario non sono illimitate. L'aborto mette a rischio la salute delle donne, la legge 194 non previene l'aborto clandestino: perché continuare a a finanziare il diritto d'aborto con i soldi dei contribuenti?", si chiede, parlando con ilGiornale.it, Benedetto Rocchi, professore associato di Scienze per l'Economia e l'Impresa che denuncia anche una mancanza di prevenzione: "In teoria c'è una parte di spesa che dovrebbe andare ai consultori nella fase preliminare, ma è stata una spesa totalmente inefficace perché non ha prevenuto l'aborto". Secondo Poleggi, invece, "l'aborto economico è veramente l'esempio tipico della società maschilista e sessista che abbandona la donna a se stessa davanti al problema della gravidanza che non può sostenere. L'aiuto economico oggi in Italia arriva solo dal volontariato: dai centri di aiuto alla vita e dal progetto Gemma. Che non ci sia un aiuto statale contro 11 miliardi investiti nella morte è una cosa assolutamente scandalosa.".

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