"Non c'è nessuna emergenza" sostiene l'azienda ospedaleiera dei Colli di Napoli. Ma in due mesi i casi di epatite A in Campania sono saliti a 113 e, soprattutto nelle ultime settimane, c'è stato un incremento di diagnosi, con 50 ricoverati, di cui un uomo di 46 anni grave al Cardarelli. Solo ieri sono stati registrati 14 nuovi casi: di questi è previsto il ricovero in degenza di circa 9 pazienti.
Sotto accusa frutti di mare e pesce crudo. Per questo la Regione Campania chiede "la massima attenzione sul fronte della sicurezza alimentare, della sorveglianza epidemiologica e dell'informazione ai cittadini". Di qui la decisione di rafforzare i controlli sulla filiera dei molluschi e potenziare contestualmente l'attività di prevenzione.
L'intervento regionale coinvolge i Dipartimenti di prevenzione delle Asl, l'istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno e la rete tecnico-scientifica attivata dalla Direzione Generale per la Tutela della Salute, settore Prevenzione collettiva e Sanità pubblica e veterinaria.
"Si tratta di focolai epidemici che tornano con regolarità specie al Sud Italia e là dove si consumano molluschi crudi" spiega Massimo Ciccozzi, epidemiologo dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. "Facemmo un esperimento qualche tempo fa preparando sugo di cozze, cozze al gratin e sauté. Abbiamo scoperto che cuocendo la cozza aperta per un minuto a 100 gradi uccide il virus, dunque non è vero che questi molluschi sono cotti appena si aprono. Poi attenzione anche al 'rinfresco' della cozza con acqua di mare: in questo modo se c'è il virus nelle acque, queste si contaminano".
Vaccinazione, igiene personale e degli ambienti domestici alcune delle prescrizioni fondamentali oltre alla cottura dei frutti di mare che non vanno mai consumati crudi.
L'epatite A è un'infezione acuta del fegato causata dal virus Hav. Si trasmette per via oro-fecale, cioè attraverso ingestione di acqua o cibi contaminati oppure per contatto stretto con una persona infetta. Il contagio può avvenire anche prima che compaiano i sintomi, perché il virus è presente nelle feci già 7-10 giorni prima dell'esordio clinico. Il periodo di incubazione varia in genere da 15 a 50 giorni. I sintomi più frequenti sono febbre, malessere, nausea, dolori addominali, urine scure e ittero. Nei bambini l'infezione può anche decorrere senza sintomi evidenti.
Nella trasmissione alimentare, un ruolo importante può quindi essere svolto da alcuni cibi consumati crudi o non sufficientemente cotti, in particolare i molluschi bivalvi, ma anche acqua contaminata, frutta, verdura e frutti di bosco.