Era in lista con la Lega il pistolero razzista che vive con la nonna

Luca Traini prese zero voti. Ha problemi mentali. L'amico: «È scemo, non cattivo»

dal nostro inviato a Macerata

«Un bambino intrappolato nel corpo di un adulto. Questo è Luca Traini». Francesco Paolo Clerico, gestore della palestra «Robbys», racconta così il pistolero 28enne di Pollenza che ieri mattina ha sparato dalla sua auto nel centro di Macerata ferendo sei persone, tutte africane. Il punto finale di una parabola di «radicalizzazione» al contrario, che ha portato Traini a isolarsi dagli amici e a declinare quell'ideologia di destra che lo affascinava in una modalità personale e folle, ingenua e criminale. Passando dall'assaggio della politica attiva - una fallimentare candidatura nelle fila di Noi con Salvini a Corridonia, zero preferenze a giugno 2017, e chissà chi ha avuto la brillante idea di selezionarlo - al blitz armato contro «gli stranieri». Eppure chi lo conosce da tempo, come Clerico, descrive questo ragazzone di un metro e ottanta e tanti muscoli come «un buono, una persona semplice, certo con delle carenze culturali ma non di certo un violento». Una persona travolta dai guai di famiglia - una madre malata, un rapporto difficile con il fratello - tanto da scegliere di andare a vivere nella casa della nonna, a Pollenza. E che ha perso equilibrio qualche anno fa, dopo la separazione da una fidanzata. Prima la sua era la vita di tanti ragazzi di provincia. Dopo ha cambiato verso. Cominciano le fascinazioni nostalgiche, e i discorsi razzisti in palestra. Certe volte così esasperati e verbalmente violenti da costringere Clerico a raggiungerlo dalla sede di Macerata a quella di Tolentino, che Traini frequentava, per parlargli e provare a farlo ragionare. «Ma il colmo - racconta il titolare del «Robbys» - è che lui aveva amici stranieri. In palestra aveva legato e tanto con due ragazzi, un indiano e un pakistano, così quando inveiva contro gli stranieri o si vantava della candidatura con Salvini, io provavo a fargli notare una certa incoerenza, ma lui si difendeva dicendo che i suoi amici erano a posto, non rubavano mica il lavoro agli italiani come quegli altri, non erano mica clandestini». Già, il lavoro. Luca non è mai riuscito a tenersene uno a lungo, proprio questo era uno dei motivi di contrasto col fratello. E la frustrazione finiva per sfogarsi sempre in quell'odio informe verso gli stranieri, che si esacerbava ad ogni caso di cronaca con gli immigrati protagonisti sentito in tv o letto sui giornali. Anche per questo alla fine ha perso anche gli amici della palestra, che a ottobre scorso lo hanno «bandito», chiedendogli di non farsi più vedere: «Non riusciva a controllarsi, si vantava pure perché uno psichiatra, a quanto raccontava, gli aveva fatto una diagnosi di personalità borderline, e non cambiava idea, anche se gli spiegavamo che non era una buona cosa. La sua è stata una vera escalation di dichiarazioni fasciste e razziste sempre più estreme, sempre più violente, innescate anche dalle notizie più insulse di reati commessi da stranieri. Così gli abbiamo detto di cambiare palestra», sospira Clerico. E se le notizie erano l'innesco, la storia terribile di Pamela deve aver fatto scattare qualcosa nella testa di Luca tatuata con il simbolo di Terza Posizione: questa distorta idea di «fare giustizia» da solo, saltando in macchina con la pistola e sparando per strada a gente innocente, proprio mentre veniva convalidato il fermo del presunto responsabile dell'omicidio della ragazza. Per fortuna non ha ucciso nessuno, per fortuna è stato fermato. «Non voglio difenderlo - conclude Clerico - ma la verità è che Luca è un emarginato sociale con enormi problemi. Uno scemo, non un assassino».

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