La fame è già entrata nelle nostre case

Un milione e 260mila bambini in povertà: niente pranzo senza la mensa a scuola

La fame è già entrata nelle nostre case

C'è una scia dietro il virus. Una scia che entra in ogni casa ma che non colpisce tutte allo stesso modo. Per alcuni è il lusso della noia da fare a fette nell'ultima torta, per altri è il pezzo di pane avanzato perchè non ci sono più soldi per comprarne uno fresco. In Italia 1 milione e 260 mila bambini vivono in uno stato di povertà assoluta. Sono triplicati negli ultimi 10 anni. Stanno a Palermo ma anche a Milano. I genitori di solito lavoricchiano. Adesso hanno perso anche quel poco che riuscivano a racimolare e in molti casi non hanno accesso ad aiuti statali. Sono bambini che spesso hanno come unico pasto quello della scuola. Bambini che hanno come unica speranza di riscatto l'istruzione, la sola alternativa alla strada. Siamo in Italia, non in Africa. Qui dove (dati Ocse) quel 14% della popolazione che vive in una situazione di povertà rischia di diventare il 27% se dovesse mancare per tre mesi consecutivi lo stipendio. «Famiglie in grande difficoltà ora in drammatica difficoltà», racconta Ivano Abbruzzi, direttore generale dell'Albero della Vita, fondazione che dal 2008 prende per mano i genitori prima dei ragazzi per creare percorsi di uscita dalla povertà. Ma oggi per loro l'urgenza è un'altra. Il cibo, prima di tutto. E l'istruzione. «L'epidemia mondiale rischia di portarsi dietro un'emergenza sociale. Il rischio è la tenuta e la sicurezza sociale di interi quartieri con famiglie che non hanno da mangiare, che vivono ai margini della società, non hanno i requisiti legali per avere dei benefici dello stato. Persone già fragili rimaste senza lavoro, magari in 5 o 6 in una casa senza utenze di 50 metri quadrati. D'un tratto senza reddito, forzati a vivere insieme» in una somma di povertà (non ultime quelle culturali) dove un tema è anche quello della violenza domestica. L'associazione segue circa 600 famiglie adesso con gruppi whatsapp e colloqui a distanza. Obiettivo: non fare arrivare certe situazioni all'esasperazione. Hanno distribuito una buono da 50 euro per la spesa, ad esempio. E un centinaio di tablet con relative connessioni per fare restare i ragazzi agganciati alle loro scuole. In casa non hanno genitori che possono seguirli, i compiti arrivano e si rispediscono con l'unico cellulare disponibile in famiglia. «Il ministro ha lanciato le iniziative per la didattica digitale ma rischiano di avere tempi lunghi. Vodafone ad esempio ci a regalato 250 tablet, Amazon altri 200. Bisogna coinvolgere la grande distribuzione e il terzo settore. Creare un circuito perché tutti abbiano da mangiare oggi. Buoni spesa ad esempio. L'emergenza sociale è altrettanto importante di quella sanitaria. Il governo si deve occupare anche di questo».

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