da Roma
Va bene dare il via libera ai suoi ministri, elogiare pubblicamente l'ambasciatore Tilman Fertitta e ribadire che il rapporto tra Roma e Washington resta saldo perché è una "storia di cooperazione antica e solida" che "non si cancella per una discussione sui social media". Ma, dopo tutto quello che è accaduto nei giorni successivi al G7 di Évian esserci personalmente sarebbe forse stato troppo. Così, complice anche l'impegno a Padova dove alle 18.00 di ieri è intervenuta al congresso della Uil, Giorgia Meloni ha scelto di non partecipare al tradizionale ricevimento all'ambasciata americana di Roma per celebrare l'Indipendence day. Non è certo un atto politicamente ostile, perché è vero che la premier era presente lo scorso anno (quando si era appena insediato Fertitta) come pure che ha invece scelto di non esserci sia nel 2023 che nel 2024. Però il clima delle ultime settimane deve aver pesato. Non tanto sul fronte diplomatico, perché è vero che relazioni tanto solide non si scalfiscono per una polemica via social, soprattutto con un presidente americano che ha fatto dell'aggressione verbale contro gli alleati la sua cifra negoziale (il così detto "trattamento Zelensky"). Quanto sul fronte personale.
È questa la ragione per cui chi conosce bene Meloni è convinto che il vertice Nato in programma ad Ankara martedì non scioglierà il ghiaccio. La premier, è il senso dei ragionamenti di chi in Fdi si occupa dei dossier internazionali, si limiterà a rivendicare l'impegno italiano sul fronte degli investimenti in difesa. È vero che l'obiettivo è destinare il 5% del Pil entro il 2035, è altrettanto vero che "la traiettoria è decisamente in crescita" visto che negli ultimi due anni l'Italia è passata dall'1,6 al 2,8% del Pil. Peraltro - stando a quanto ha detto il segretario generale della Nato Mark Rutte (e gli stessi dati circolano all'ambasciata italiana a Washington) - dal summit dell'Alleanza che si è tenuto lo scorso anno a L'Aja fino a oggi gli investimenti fatti e annunciati a livello Nato in materia di difesa ammontano a circa 250 miliardi di dollari. Insomma, l'approccio aggressivo di Trump ha portato i suoi risultati. Che poi è la ragione per cui il presidente americano ancora ieri su Truth menava fendenti. "Gli Stati Uniti - ha scritto sul suo social - spendono per la Nato più di qualsiasi altro Paese, per garantire protezione ma senza trarne alcun vantaggio". E a seguire l'elenco delle spese. "Stati Uniti 999 miliardi di dollari, Regno Unito 90,5 miliardi, Francia 66,5 miliardi, Italia 48,8 miliardi, Polonia 44,3 miliardi. Le cifre degli altri Paesi, inclusa la Germania, sono molte più basse", dice Trump.
Il summit della Nato in Turchia, dunque, non si annuncia come il vertice del disgelo. L'inquilino della Casa Bianca è infatti pronto ad affondare colpi, mentre Meloni non sembra intenzionata a prestarsi al gioco ed è convinta che la via migliore sia non rispondere alle provocazioni. D'altra parte, i rapporti diplomatici tra Italia e Stati Uniti restano solidi. Lo conferma la presenza in blocco del governo ieri a villa Taverna (i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, molti ministri tra cui il titolare della Difesa Guido Crosetto, oltre al presidente del Senato Ignazio La Russa e al capo della segretaria politica di Fdi Arianna Meloni). Ma anche la missione dei vertici di Ecr che si è conclusa ieri a Washington con Carlo Fidanza, vicepresidente dei Conservatori e capo-delegazione di Fdi in Ue, e Antonella Sberna, vicepresidente del Parlamento europeo di Fdi. Per non parlare di Fertitta, ambasciatore Usa con origini siciliane.
"Il rapporto con gli alleati, come l'Italia, costituisce una pietra angolare della forza e della leadership americana", ha detto celebrando i 250 anni dell'indipendenza americana. La sintesi la fa La Russa: "Meloni? C'è con lo spirito".