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La fiction su Gratteri finisce in tribunale

World Wide Mafia ancora offline, il pentito Mancuso invoca Viminale e magistratura

La fiction su Gratteri finisce in tribunale
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Da docufilm di successo a figuraccia internazionale. È il triste destino di World Wide Mafia, il documentario sulla coraggiosa ostinazione contro la 'ndrangheta e le mafie di Nicola Gratteri, "ostaggio" di una filiera di pasticci che ha costretto Disney+ a congelarne la messa in onda perché a un pentito non sarebbe stata camuffata né la voce né le sembianze per un capriccio del regista, come ricostruito dal Giornale nei giorni scorsi. Parliamo di Emanuele Mancuso, rampollo della spietata famiglia del Vibonese che gliel'ha giurata. Il ragazzo vive da anni in una serie di località protette con la figlia piccola, perché anche la moglie li ha scaricati dopo la collaborazione con lo Stato. Nel 2021 aveva concesso la liberatoria per l'intervista alla IBC movie, la società che ha realizzato il film - affidato alle mani di Jacques Charmelot, documentarista, regista e marito di Lilli Gruber - ma incautamente i filmati sarebbero andati in onda senza le accortezze chieste da Mancuso al regista, come documenterebbe la perizia forense sui messaggini whatsapp scambiati tra i due, chiesta dai legali del collaboratore di giustizia in una querelle giudiziaria lunga e complessa.

La vicenda si sarebbe potuta chiudere con un accordo stragiudiziale, sappiamo che Charmelot avrebbe offerto una sorta di risarcimento da 20mila euro che Mancuso non poteva che rifiutare. Per ritorsione, lo stesso regista avrebbe ipotizzato di rivalersi sui legali per i danni economici legati alla mancata messa in onda. Da qui l'effetto valanga perché Mancuso vuole giustizia, in quanto si sarebbe sentito diffamato anche da alcune ricostruzioni giornalistiche, tanto che nei prossimi giorni potrebbe arrivare una richiesta all'Ordine dei giornalisti della Calabria, mentre - tranne qualche rara eccezione - i giornaloni nazionali preferiscono tacere. In mezzo c'è il procuratore capo di Napoli, rimasto in silenzio nonostante le sollecitazioni del Giornale perché questa storia certamente lo ferisce due volte: da un lato non può che essere contrariato per aver indirettamente contribuito a mettere a repentaglio la sicurezza di un "suo" prezioso collaboratore di giustizia; dall'altro dovrebbe mettere in discussione la sua amicizia con Charmelot, colpevole secondo i legali di Mancuso di non aver "blerato" le sembianze del pentito accampando questioni stilistiche e di share, come sosterrebbero fonti vicine alla produzione.

C'è anche un giallo che riguarderebbe il Servizio centrale di protezione dei testimoni: difficilmente, viste le riserve di Mancuso, avrebbe potuto dare l'ok alla messa in onda.

C'è stato un passaggio formale del "montato" tra la produzione e il ministero dell'Interno? O ci si è accontentati di un generico passaggio per vie brevi? Contattata dal Giornale, l'avvocato Antonia Nicolini fa sapere che la Pec con cui ha chiesto la rimozione della liberatoria è del 3 giugno scorso mentre il 17 giugno avrebbe chiesto alla IBC Movie copia dell'ok del Servizio centrale di protezione alla messa in onda, finora mai arrivata. Possibile che lo Stato sia stato tenuto all'oscuro di tutto?

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